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Torna “Un NaT@LE che sia TALE” – Borgo si veste di Solidarietà
Prosegue fino a domenica tra corso Garibaldi e via dei Gesuiti la decima edizione di “Un NaT@LE che sia TALE”, il mercatino del Volontariato e della Solidarietà organizzato dalle associazioni MilleMani inSIemeVOLA e dal Movimento Rangers Gruppo Ragazzi Spoleto. Dopo l’inaugurazione di giovedì, che ha registrato un successo oltre le aspettative, le associazioni di volontariato e gli altri gruppi che hanno aderito all’iniziativa continuano ad offrire, negli stand della manifestazione, oggetti artigianali, maglieria e idee originali per il Natale, oltre a dolci tipici della tradizione, frittelle e zeppole. Gli stand del mercatino resteranno aperti ogni giorno dalle 16 alle 20 e, solo domenica 12 dicembre, anche al mattino dalle 10.30 alle 13.
Un NaT@LE che sia TALE è l’occasione per ritrovarsi insieme, nel periodo antecedente la festa per eccellenza dell’anno, e respirare l’aria delle tradizioni e vivere il gusto di ritrovarsi per rendersi conto che, alla fine, le cose che contano sono le stesse per ogni famiglia. Unito a ciò, la solidarietà per donare un “Natale che possa essere Tale” a chi è meno fortunato. Da qui, l’idea di devolvere parte dell’eventuale ricavato a un’opera benefica della Caritas diocesana e parte ai progetti di ciascuna associazione presente.
Le associazioni di volontariato che partecipano: Associazione Gillo, Bomoyi – La vita, Il Girasole, I miei tempi, MilleMani inSIemeVOLA, Movimento per la vita, Movimento Rangers Grsp, Ti presento un amico, Volontariato Vincenziano, Unitalsi.
E con la partecipazione di: Coop. Il Cerchio, Gruppo artistico Casa villa “Bonilli” di Montepincio, Nonno Luciano.
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Prodo è una frazione del comune di Orvieto (TR). La sua splendida collocazione geografica lo vede incastonato fra un gruppo di colline che degradano verso il bacino artificiale di Corbara, nato dallo sbarramento del fiume Tevere nella parte meridionale della regione Umbria, fra Orvieto e Todi.
Il minuscolo centro abitato è dominato da un antico castello medioevale e si agglomera intorno ad un’ampia piazza e ad un breve tratto fiancheggiato da tigli, robinie e ligustri.
Il paese si trova lungo la strada statale 79 bis che collega Todi ad Orvieto, circa a 20 km di distanza da ciascuna delle due città. È posizionato in zona collinare (394 m s.l.m.), sulla sommità di una forra articolata in tre burroni, due dei quali sfociano nel lago di Corbara ed uno nella valle di Orvieto. I suoi abitanti (49, secondo i dati Istat del 2001) si chiamano prodenzani; le case circondano un’ampia piazza sulla quale da l’antico castello medievale e un viale fiancheggiato da tigli, robinie e ligustri. Il suo territorio, assieme alla frazione di Colonnetta di Prodo, fa parte della zona 12 del comune di Orvieto (simile ad una circoscrizione).
Il castello di Prodo si trova lungo la strada statale 79 bis che da Todi si collega con Orvieto. Il castello venne eretto dalla nobile famiglia orvietana dei Prodenzani nel 1222 (o forse qualche anno dopo).
La sua posizione strategica a picco su tre burroni, di cui due confluiscono sul lago di Corbara ed il terzo nella valle di Orvieto, ne fecero una roccaforte imprendibile arrivata in buono stato fino a giorni d’oggi.
Il castello di Prodo è una costruzione importante, caratterizzata da torri angolari sporgenti ricoperti da tetti. Il castello fu voluto, nella prima metà del ‘300, dai Prodenziani, signori di Orvieto e nella sua storia rimase, sostanzialmente, sotto il potere di questa città. Prima “gestito” da alcuni condottieri, come Giovanni di Cecco di Montemarte, e poi direttamente dall’Opera del Duomo, di cui fu proprietà fino all’entrata dell’Umbria del Regno d’Italia (1861). Nel luglio del 1849 vi si rifugiò Garibaldi inseguito dalle truppe pontificie.
Il castello è dal 1871 proprietà privata e non visitabile.
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Il Sacro Eremo e Monastero di Camaldoli sono immersi in una millenaria foresta dell’appennino tosco-romagnolo. Uno scenario di straordinaria bellezza che infonde quiete e dilata lo spirito. E’ l’immagine della storia e dell’identità spirituale di Camaldoli.
Camaldoli è raggiungibile in auto sia da Arezzo che da Bagno di Romagna (dal quale dista 30 Km. circa) seguendo la statale n. 71 del Passo dei Mandrioli. Giunti nei pressi di Serravalle una deviazione porta alla succitata località, costituita da poche case e dalla grande Abbazia. Il paese di Camaldoli nacque intorno al Monastero fondato dal monaco ravennate San Romualdo (952 – 1027) per ospitare alcuni monaci provenienti dall’ordine benedettino.
Il Monastero di Camaldoli è un complesso monastico situato a tre chilometri dall’Eremo di Camaldoli, nel comune di Poppi.
Il monastero ed il Sacro Eremo di Camaldoli devono la loro fondazione all’attività di San Romuado, frate dell’abbazia di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna. Questa figura di spicco del monachesimo medievale ha legato la sua dottrina alla preservazione di valori cristiani come la libertà nella fede in Dio e la fedeltà radicale al Vangelo. San Romualdo ha operato nell’agitato XI secolo e tra coloro che l’hanno seguito vi sono, appunto, i monaci camaldolesi.
L’anno di fondazione del monastero è il 1024. La sua suddivisione rispecchia la volontà del suo fondatore, San Romualdo, di supplire ai precetti principali del suo credo, ovvero la riflessione intima dell’eremo e l’azione concreta delle opere svolte nel monastero. Quest’ultimo, prima di essere riconvertito a convento intorno al 1080-85, è stato infatti un ospitale destinato ad accogliere pellegrini, viandanti e poveri in cerca di un tetto.
Il Monastero fu costruito a completamento dell’Eremo, che sorge qualche chilometro più in alto, il monastero si ingrandì nei secoli. Nel Quattrocento ospitò l’Accademia Umanistica di cui fecero parte Lorenzo il Magnifico e Leon battista Alberti.
Tra gli ambienti di maggior interesse artistico va segnalato il refettorio con tavoli e stalli in noce, una tela di Pomarancio, affreschi di Lorenzo Lippi e il soffitto in legno a cassettoni. Nella chiesa, risalente al 1775, si trovano ben cinque tavole di Vasari. Se amate leggere, costituisce per voi una tappa obbligatoria la biblioteca il cui prezioso patrimonio librario vanta più di 30.000 volumi, tra cui fanno bella mostra incunaboli rari, codici liturgici ed altri documenti di grande interesse.
Tra faggi e abeti si inerpica una strada che conduce all’eremo i cui monaci, rispetto a quelli del monastero, privilegiano il raccoglimento personale alla vita comunitaria. Delle cinque celle originarie, il cui numero nel tempo è salito a venti, tre sono aperte al pubblico, tra cui l’antica cella di San Romualdo, che ha conservato la struttura tipica della cella eremitica: lungo un corridoio si aprono la stanza da letto, lo studio e la cappella. È permesso, inoltre, visitare la foresteria, il refettorio e la chiesa di san Salvatore con il coro quattrocentesco.
Anche l’Eremo nel corso dei secoli subì dei cambiamenti e delle migliorie fino a diventare come è oggi: formato da venti celle e dalla chiesa di S.Salvatore, di stile barocco.
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Capodacqua è una frazione pedemontana del comune di Foligno (PG), appartenente alla Circoscrizione n. 6 “San Giovanni Profiamma–Belfiore–Vescia–Capodacqua–Pontecentesimo”.
Il paese si trova ad un’altezza di 371 m s.l.m., 13 km a nord-est di Foligno, all’inizio della valle del torrente Roveggiano, che poi confluisce nel fiume Topino. La strada che attraversa il borgo funge da collegamento tra l’arteria della via Flaminia (che porta a Nocera Umbra) in pianura, e la strada statale 77 Val di Chienti che scorre sull’altopiano di Colfiorito. Ad un paio di km dal centro, si trova anche la stazione ferroviaria FS Pievefanonica-Capodacqua, posta lungo la linea Roma – Ancona. Secondo i dati Istat del censimento 2001, i residenti sono 197.
Nell’Età del Ferro, questi luoghi erano abitati da popolazioni umbre. In particolare, partire dal VI-V secolo a.C., la zona circostante Capodacqua venne occupata da popolazioni di umbri plestini, che qui lasciarono necropoli, santuari e fortificazioni in altura, come quella di monte Burano. I resti di un probabile tempio pagano fanno pensare che quest’area rivestisse una certa importanza anche in epoca romana, quando qui passava il diverticolo della via Flaminia che raggiungeva le alture di Colfiorito.
Conosciuto nel Medioevo come Castrum e Fortillitium Capudacque (dal latino caput aquæ, partenza dell’acqua), il luogo venne dotato di un castello da Ugolino III dei Trinci di Foligno nel 1387, a guardia di quello che era un diverticulum della via Flaminia.
Il 26 settembre 1997, come molti altri paesi della zona, Capodacqua è stato danneggiato da un evento sismico particolarmente intenso. In tale occasione, i danni agli edifici sono stati tra i più ingenti dell’intero territorio in conseguenza di ciò è stato realizzato un campo container a poca distanza dal centro storico.
Attualmente, dopo oramai oltre 10 anni dall’evento sismico, molti abitanti sono rientrati nelle proprie abitazioni. Il ciclo di ricostruzione non è comunque del tutto terminato.
Le numerose fonti e sorgenti hanno sempre, nei secoli, fornito forza motrice a molini e frantoi, e sono attualmente utilizzate per gli acquedotti di diverse città. In particolare, la risorgiva che nasce ai piedi del castello dei Trinci venne captata nel 1925 e grazie ad una galleria di filtraggio di ben 110 m, alimenta l’acquedotto delle città di Foligno e Spello.
Per quanto concerne l’agricoltura, la coltivazione dell’ulivo e della vite sono piuttosto diffuse, assieme alla tartuficultura. Negli ultimi anni alcuni produttori si sono cimentati nella coltivazione di zafferano. L’allevamento di bovini,suini ed ovini è stata quasi del tutto abbandonata dagli anni 70 in poi.
La seconda domenica dopo Pasqua si celebra la processione di san Domenico Abate, patrono del paese. Tra luglio ed agosto, invece, si svolge la sagra paesana denominata Festevolezze. (Fonte: Wikipedia)
Capodacqua, località del territorio folignate, è situata in una valle appenninica alla confluenza tra il Fosso del Colle e il Fosso della Valle di Collelungo. A breve distanza dal centro abitato sorge l’antica rocca. Al suo interno sono presenti ruderi di altre strutture, tra le quali una torre di guardia e una cappella. Domina l’intero complesso una possente torre pentagonale in pietra merlata alla guelfa e alta circa 32 metri.
La rocca attuale fu eretta da Ugolino III ( XVI ) Trinci nel 1387 sopra un piccolo colle circondato da cipressi in prossimità di un rigoglioso corso d’acqua, a protezione del diverticolo per Colfiorito considerato di vitale importanza strategica.
Attualmente la Rocca dei Trinci a Capodacqua è una residenza d’epoca e vi invito a visitare il sito: Rocca dei Trinci.
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Seguendo la valle del Menotre, a Km 19 dalla città di Foligno, si raggiunge Rasiglia, villaggio situato a 648 metri s.l.m., tipico paese antico: umbro-etrusco e romano-Iongobardo. Il nome rivela forse una matrice etrusca.
Rasiglia è una frazione montana del comune di Foligno (PG). Il paese è situato a 648 m s.l.m., a circa 19 km da Foligno lungo la Strada Statale 319 Sellanese che conduce in alta Valnerina, dopo essersi distaccata dalla Strada Statale 77 della Val di Chienti a Casenove e lungo il fiume Menotre nell’omonima valle.
Il paese conserva l’aspetto tipico di borgo medievale umbro, raccogliendosi in una struttura ad anfiteatro. Le prime notizie sull’esistenza del paese risalgono agli inizi del XIII secolo, nelle cosiddette “carte di Sassovivo”, cioè l’archivio dell’Abbazia di Sassovivo. Qui è menzionata per la prima volta la curtis de Rasilia, che risultava avere come edificio di culto la chiesa di S. Pietro.
Il Santuario Madonna delle Grazie sorge presso il greto del fosso Terminara, confine tra le diocesi di Foligno e di Spoleto, a circa 1 km dal castello di Rasiglia, presso la Strada Statale 319 Sellanese, per accordo è gestito dalla diocesi di Foligno attraverso la parrocchia di Rasiglia, pur appartenendo alla parrocchia di Verchiano. Questa decisione all’epoca, diede origine a discordie e conflitti tra le due comunità.
La scelta del sito per la sua fondazione è legata al ritrovamento “miracoloso” di una statua della Madonna che, più volte trasportata nella parrocchiale di Verchiano, migrò sempre, per mano angelica, sul luogo dove poi venne ritrovato.
La Vergine venerata in origine, un simulacro in terracotta della Madonna adorante il Bambino, venne nel secolo XVIII sostituita con un’altra statua vestita, di maggiori dimensioni, ma di identica iconografia.
II santuario, ritenuto polivalente dal punto di vista terapeutico, è meta di pellegrinaggio da parte di intere collettività o di singoli fedeli, ed è a tutt’oggi custodito da uno o più eremiti.
La fondazione del santuario risale al 15 agosto 1450, ad opera di Antonio Bolognini (vescovo di Foligno) a seguito del ritrovamento di una statua della Madonna in terracotta, inginocchiata in adorazione del Bambino. Nonostante il successivo spostamento della statua in altre diocesi, essa sarebbe tornata più volte al luogo d’origine e ritenendo questo un segno della volontà divina, si decise di erigervi una chiesa.
La chiesa a pianta quadrangolare, ha un’unica navata, il portico è sorretto da sei pilastri e tre colonnine-palo in travertino con steli che simboleggiano i popoli di Roviglieto, Scopoli e Volperino. Vicino all’ingresso si trova la finestra “del viandante”, così chiamata per chi rivolge uno sguardo ed una preghiera alla Madonna quando il santuario è chiuso.
L’esterno della chiesa non presenta particolare importanza. Avanti alla facciata e in parte al 1ato sinistro c’è un portico o loggiato rustico a tetto. Più volte restaurato, reca delle pianelle con rudimentali ornamenti; in una di esse si legge la data del 1651. E’ sorretto complessivamente da sei pilastri e da tre colonnine-palo, in travertino (A.D. 1935) che vogliono rappresentare i simboli, ridotti ai minimi termini di espressione, di tre evangelisti.
Numerosi ex-voto e pellegrinaggi testimoniano la riconoscenza dei fedeli protetti dalla Madonna. Il santuario è stato recentemente restaurato a seguito dei danni provocati dal sisma del 1997.
L’ultima domenica di maggio si svolge al santuario la “processione di Villamagina” come ringraziamento di tale paese alla Vergine. La prima domenica di giugno si svolge il “pellegrinaggio di Scopoli” che i fedeli effettuano a piedi cantanto e pregando. Il lunedi di Pentecoste è dedicato alla “processione di Roviglieto“. Si ricordano ancora i pellegrinaggi di Verchiano, Volperino e Casenove.
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Il lago di Piediluco è un lago dell’Italia centrale, sulle cui rive sorge il paese di Piediluco, frazione di Terni. Collocato alle propaggini sud-orientali dell’Umbria, con un ramo che sconfina nel Lazio, il lago di Piediluco può essere considerato il più grande bacino lacustre naturale della regione dopo il lago Trasimeno. Il nome sembra potersi interpretare come “ai piedi del bosco sacro“.
Il lago di Piediluco che per la sua forma così “scomposta” ricorda quelli alpini, ha una superficie di 1,53 kmq, un perimetro di 17 km, una lunghezza nel suo braccio più esteso, di 2,5 km. Uno dei simboli naturali del bacino lacustre è la superba montagna dell’Eco che deve il suo nome alla sua capacità di rimandare un’eco composta di ben due endecasillabi! Alle spalle del paese domina la Rocca dell’XI secolo, che anche se ridotta ormai in un rudere ricorda ancora la superbia e l’imponenza di un tempo. La sua posizione strategica ne fece infatti un importante punto di difesa per il territorio sottostante e per gran parte della sabina tanto da essere spesso oggetto di contese tra i signori dei centri limitrofi.
Il lago di Piediluco è stato scelto dalla Federazione Italiana Canottaggio come sede del Centro Nazionale Remiero, intitolato al nome di Paolo d’Aloia. Vi alloggia stabilmente la Nazionale Olimpionica di Canottaggio che utilizza il bacino per i suoi allenamenti. La mancanza di correnti e la presenza di venti abbastanza regolari lo rendono un eccellente campo di gara per regate nazionali e internazionali.
Ogni anno, in occasione del solstizio d’estate, sulle acque del Lago di Piediluco, si celebra la “Festa delle Acque”, di antichissima origine, durante la quale è possibile vedere una sfilata notturna di barche addobbate e illuminate e bellissimi giochi pirotecnici. Il Lago di Piediluco è facilmente raggiungibile, dalle città di Terni, Spoleto e Rieti, a circa 30 minuti d’auto.
Lungo le sue rive si trova il paese di Piediluco dal quale prende il nome; caratteristico borgo di pescatori sovrastato da una rocca medievale. All’interno del paese è ubicata la chiesa di S. Francesco in ricordo della visita del Santo di Assisi nel 1217. Una scala imponente costituisce l’accesso all’edificio dove si aprono due portali che riproducono i simboli del luogo: pesca e pesci in onore dei doni offerti dal Lago.
Nei caratteristici ristoranti del luogo, oltre alla tradizionale gastronomia ternana, è possibile gustare squisite pietanze a base di pesce di lago e di fiume: i tradizionali “carbonaretti” – pesce persico cotto sui carboni, tagliatelle al sugo di trota ed anguilla allo spiedo.
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Collepino è una frazione del comune di Spello (PG).
Il piccolo paese si trova ad un’altezza di 600 m s.l.m., sul fianco meridionale del monte Subasio: da esso si diparte la strada panoramica che collega Spello ad Assisi passando per la sommità del monte ed un’altra strada che, seguendo il fianco della montagna sempre verso Assisi, passa per Armenzano. La valle solcata dal torrente Chiona si apre ai piedi del borgo, abitato da 49 persone (secondo i dati ufficiali del censimento Istat 2001). Il territorio di Collepino è totalmente inserito all’interno del parco regionale del monte Subasio.
L’origine è probabilmente anteriore al XIII secolo: il paese nacque come colonia dei boscaioli e pastori della vicina abbazia benedettina di S. Silvestro, diventandone successivamente il baluardo difensivo da scorribande e saccheggi. L’abbazia venne costruita, secondo la tradizione, nel 1025 da san Romualdo, il fondatore dei camaldolesi, a circa 2 km di distanza e a 715 m s.l.m., in direzione della cima del monte. La chiesa accrebbe in breve tempo la propria importanza: Alessandro III la pose sotto la protezione della Santa Sede nel 1178, assicurandone il cospicuo patrimonio di chiese ed edifici nel territorio spellano. Tuttavia, nel 1236, dopo un periodo di decadenza, l’abbazia venne soppressa ed i suoi beni spartiti tra alcuni monasteri di Spello e Spoleto. Nel XV secolo, l’abbazia passò alle dipendenze del parroco di Collepino (fino al 1875).
Vari conflitti successivi crearono ulteriori problemi all’abbazia: quando, nel 1535, ospitò alcuni seguaci della famiglia perugina dei Baglioni (avversa al papato), venne fatta distruggere da Paolo III.
Nel 1972, madre Maria Teresa dell’Eucarestia vi ha fondato la comunità delle Piccole Sorelle di Maria, che da allora risiedono nell’Eremo della Trasfigurazione: esso non è altro che un edificio costruito sui resti dell’antica abbazia.
La coltivazione dell’olivo rappresenta una delle principali fonti d’introito economico per gli abitanti del paese.
In occasione di San Silvestro (31 dicembre), patrono del paese, viene distribuito pane benedetto anche agli animali, secondo la tradizione locale, per assicurarne la protezione dalle malattie.
Fonte: Wikipedia
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Armenzano è una frazione del comune di Assisi (PG).
Il paese è situato 8 km ad est rispetto alla città di Assisi, sul fianco orientale del monte Subasio, ad una altezza di circa 740 m s.l.m.. Gli abitanti, 40 secondo i dati Istat del 2001. Altre località che ricadono nelle pertinenze del borgo sono Nottiano, Rocca Paida, Villa Caberta, Villa Marforio e Serra di Valtopina.
Il nome Armenzano deriva dal latino “armentum“, che vuol dire mandria di buoi, cavalli, … La risorsa principale del paese fu infatti, per molto tempo, l’allevamento anche perchè la sua conformazione geologica, fortemente scoscesa, si presta ai pascoli ma non all’agricoltura.
La sua popolazione nel periodo medievale si componeva di circa 400 persone (40 fuochi); nel 1950 contava 550 persone, ora ridotte ad una trentina.
Uno dei signorotti che nel medioevo comandava il castello era Napoleone di Umbertino dei Monaldi (morto nel 1257), che fu grande amico ed ammiratore di San Francesco e lo ospitava tutte le volte che il Santo si recava a predicare nella zona.
Oltre alle attività di tipo silvo-pastorale, è sviluppato anche il turismo naturalistico e l’agriturismo, poiché Armenzano è inserito all’interno del Parco Regionale del Monte Subasio. Data la pressoché totale assenza di fonti di inquinamento luminoso, la zona è ideale per l’osservazione astronomica.
Armenzano è adagiato su un colle dal quale si gode lo splendido panorama delle colline e dei monti nocerini e della verde valle del torrente Anna.
Il poggio su cui Armenzano sorge, tondeggiante e ristretto, ha reso obbligatoria la costruzione delle case in due cerchi concentrici; più in alto svetta isolata l’abitazione del signorotto medievale.
L’Osservatorio Astronomico è inserito nel “Parco Naturale del Monte Subasio“, gode di una quasi totale assenza di inquinamento luminoso. La realizzazione dell’Osservatorio, avvenuta nel ‘99, è stata possibile riadattando una casa del borgo di circa 60 mq a sola iniziativa privata. Tutto il lavoro di trasformazione è stato realizzato nel rispetto del particolare ambiente nel quale è inserito. Arrivati al paese, l’Osservatorio è sotto al Castello medievale.
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Leonessa è un comune di 2.648 abitanti della provincia di Rieti. Esso fa parte della Comunità Montana Montepiano Reatino. Fino all’unità d’Italia città del Regno delle Due Sicilie, circondario di Cittaducale, provincia di Abruzzo Ultra II. Fino al 1927 era parte integrante della provincia dell’Aquila, in Abruzzo.
Leonessa è adagiata sull’orlo meridionale di un altopiano appenninico della superficie di circa 50 kmq., a 974 metri di altitudine. Un profondo sperone, terminante con il monte TOLENTINO (m. 1572), irrompe da nord come un rostro a dividere l’altipiano in due plaghe ben distinte: l’una, quella occidentale, più ampia ed omogenea, l’altra, quella orientale, più stretta ed accidentata.
Tutt’intorno s’erge una catena di belle montagne, giganti pieghe sinclinali d’età mesozoica con rovesciamenti di masse ben visibili, che raggiungono le massime altezze nel massiccio del TERMINILLO, disposto ad anfiteatro a ridosso della città, con i due corni del monte Terminillo (m.2216) e del monte CAMBIO (m. 2081). Altre vette paesaggistiche degne di rilievo sono: ad ovest, quelle del monte TILIA (m. 1775) e del monte CORNO (m. 1735); a sud quelle del monte CATABIO (m. 1731), di COLLE PRATO PECORARO (m. 1817) e del monte LA CROCE (m. 1626), così chiamato dalla croce che il Santo di Leonessa vi innalzò nel secolo XVI e sul quale i leonessani hanno poi costruito un piccolo santuario alpestre; ad est, quella del monte BORAGINE (m.1829); a sud, quella del monte ASPRA (m.1652) e del monte LA PELOSA (m.1635).
Le montagne presentano, ai fini escursionistici, notevole sicurezza: non esistono fenomeni gravi di dissesto, e le stesse valanghe, conosciute con nome di “gravare”, sono solamente ricordi storici del tutto eccezionali. Vario il paesaggio: dagli speroni rocciosi del Terminillo e del Catabio, alle valli ricchissime di folte faggete lunog la gola di Vallonina, con ampie radure per il pascolo di branchi in libertà.
Zone di particolare interesse paesaggistico, adatte per campeggi, dono la gola di Vallonina- Valle della Meta, lungo la quale si snoda la strada che sale sino a Sella di Leonessa (m. 1901); la valle del Fuscello, che immette nella pianura reatina; i prati di S. Vito (m. 1080), nella catena montuosa a oriente dell’altopiano, poco oltre la frazione omonima.
La piazza VII Aprile è stata riportata, almeno in parte, alla sua autenticità originale,attraverso un lavoro di restauro e recupero che fa di Leonessa un vero gioiello.
La stessa fontana, dono di Margherita, è un gesto di trionfo della ragione dell’uomo sulla natura e della potenza di una ricca stirpe: l’acqua, simbolo vitale,raggiunge la piazza attraverso un percorso idrico costruito e voluto dall’ingegno umano e non perchè spontaneamente la natura avesse provveduto a far sgorgare in quel punto dell’acqua. Oggi noi vediamo una bella fontana antica e monumentale ornare la piazza, ma all’epoca era un prodigio della tecnica, qualcosa che suscitava meraviglia…che doveva suscitare nel popolo l’idea di chi fosse Margherita D’Austria, appunto vedova di un Medici e moglie di un Farnese non a caso due delle famiglie più potenti d’Europa.
Leonessa è conosciuta anche per il palio del velluto. Un tuffo nel Rinascimento in una cornice eccezionale tra Le montagne dell’alta Sabina. Una rievocazione storica delle feste che, per otto giorni, si svolgevano cinque secoli fa in occasione della solenne Fiera di S. Pietro. I festeggiamenti prevedono la cerimonia d’investitura dei Cavalieri ed il Torneo Equestre tra Sesti. Successivamente i Sesti si sfideranno in giochi popolari ed i festeggiamenti si concluderanno con la proclamazione e l’incoronazione della madonna del vincitore del Palio del Velluto.
Il Palio del Velluto, il cui nome è legato all’attività di tessitura locale, fu disputato almeno a partire dal 1464 e fino al 1557 quando la manifestazione fu abolita per ordine del governatore don Alessandro Oliva. Infatti dopo la disputa della gara nascevano sempre liti fra i gruppi di sostenitori e proprio quell’anno le zuffe provocarono quattro morti. Il divieto fu accompagnato da pene molto pesanti che fecero perdere la memoria della pluriennale tradizione. La manifestazione è stata riportata in vigore dal Comune di Leonessa nel 1997,collegandola anche all’ingresso solenne di Margherita D’Austria, figlia dell’imperatore Carlo V e duchessa di Parma, cui il padre aveva concesso Leonessa in feudo. Viene disputato un complesso di gare, la più importante delle quali a cavallo, fra i rappresentanti dei rioni, i cosiddetti “Sesti”, in cui la città fu suddivisa nel 1278, all’atto della fondazione da parte del re di Napoli Carlo d’Angiò. In ricordo di questa data, al corteo partecipa anche una delegazione in costume della città francese di Gonesse, località di origine degli Angiò e gemellata con Leonessa. I “Sesti” sono: Corno, Croce, Forcamelone, Poggio, Terzone, Torre, dai nomi dei castelli più importanti che concorsero alla fondazione di Leonessa.
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Santa Maria degli Angeli è una frazione del comune di Assisi, in provincia di Perugia.
Ha circa 6.700 abitanti, che ne fanno la frazione più popolosa del comune. Geograficamente situato circa 4 km a sud rispetto alla città di Assisi, giace interamente sulla pianura della Valle Umbra.
Il nome del paese è stato utilizzato dai missionari francescani spagnoli, nel 1781, per battezzare la città californiana di Los Angeles. Il nome con il quale si indica comunemente la frazione è Gli Angeli e gli abitanti si chiamano angelani.
Il paese prende il nome dall’omonima basilica cinquecentesca, che domina l’intera pianura ai piedi di Assisi. Nel 576, in zona venne edificata una piccola cappella dai benedettini del Monastero di San Benedetto del Monte Subasio. Intorno al 1000, la zona era nota con il nome di Cerreto di Porziuncle, per via della presenza di una vasta zona boschiva. La cappella venne restaurata da San Francesco nel XII secolo, che vi morì nel 1226: da allora è identificata con il nome di Cappella della Porziuncola.
La Basilica di Santa Maria degli Angeli sorge nella pianura che si apre ai piedi del colle di Assisi a protezione della Porziuncola, dove San Francesco avrebbe fondato il primo nucleo dell’Ordine dei Frati Minori nel 1209 e della cappella del Transito dove il santo morì il 3 ottobre 1226.
La chiesa viene realizzata su ordine di Papa Pio V in 110 anni a partire dal 1569 d.C. su progetto dell’architetto Galeazzo Alessi e con la consulenza, fra gli altri anche del Vignola; l’edificio è oggi uno dei santuari più grandi del Cristianesimo contando 126 metri di lunghezza, circa 65 di larghezza e 75 metri di altezza in corrispondenza della cupola portata a termine nel 1680.
All‘esterno, si visita il Roseto senza spine e la Cappella del Roseto, composta da tre ambienti: il primo, fatto aggiungere da S. Bernardino da Siena, e il secondo, fatto erigere da S. Bonaventura, recano affreschi di Tiberio d‘Assisi (1505-16), il quale ha ripetuto il tema a S. Fortunato a Montefalco.
Negli ambienti del convento si trova anche il Museo della Basilica; tra le opere più importanti, il „Crocifisso“ su tavola dipinto da Giunta Pisano (1236-40) e la tavola „S. Francesco“ del Maestro di S. Francesco (seconda metà del XIII secolo).
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