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Bolognola (Bolognòla) è un comune italiano di 174 abitanti della provincia di Macerata nelle Marche.
È il comune più alto e allo stesso tempo meno esteso delle Marche. Si trova al centro del Parco nazionale dei Monti Sibillini, che nel 2006 l’ha scelta come sede per il reinserimento in natura del camoscio appenninico. Sorge nei pressi del letto del fiume Fiastrone, del quale ospita le sorgenti. La cima più alta nel suo territorio è il Monte Rotondo, sotto la vetta del quale si apre l’inaccessibile forra dell’Acquasanta, con l’omonima e splendida cascata naturale.
È principalmente un centro turistico, estivo (con le numerose escursioni possibili nel suo territorio) e invernale (grazie agli impianti scioviari, ristrutturati tra il 2005 e il 2006).
Il centro abitato sorge sulle pendici del Monte Castelmanardo a 1917 metri sul livello del mare e conserva un interessante e suggestivo centro storico con vecchi ruderi risalenti al XV secolo. Bolognola è una località di alto interesse paesaggistico ed è meta di afflusso turistico nell’arco di tutto l’anno grazie alla possibilità di praticare una quantità di sport all’aria aperta.
Ma è durante la stagione sciistica che Bolognola si apre al turismo commerciale con l’apertura delle piste da sci. Il comprensorio sciistico di Bolognola è dotato di diversi impianti di risalita, sette in totale, che servono un carosello di piste il cui snodarsi si sviluppa per circa una decina di chilometri. Le piste da sci sono agibili ai diversi livelli di difficoltà, infatti vi sono tre piste per principianti, tre di media difficoltà e due piste nere che permettono di mettersi alla prova su discese molto impegnative. Le discese sciistiche, come del resto accade per il resto dell’Appennino, sono larghe e permettono di sciare con una splendida visuale della vallata.
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Il Sacro Eremo e Monastero di Camaldoli sono immersi in una millenaria foresta dell’appennino tosco-romagnolo. Uno scenario di straordinaria bellezza che infonde quiete e dilata lo spirito. E’ l’immagine della storia e dell’identità spirituale di Camaldoli.
Camaldoli è raggiungibile in auto sia da Arezzo che da Bagno di Romagna (dal quale dista 30 Km. circa) seguendo la statale n. 71 del Passo dei Mandrioli. Giunti nei pressi di Serravalle una deviazione porta alla succitata località, costituita da poche case e dalla grande Abbazia. Il paese di Camaldoli nacque intorno al Monastero fondato dal monaco ravennate San Romualdo (952 – 1027) per ospitare alcuni monaci provenienti dall’ordine benedettino.
Il Monastero di Camaldoli è un complesso monastico situato a tre chilometri dall’Eremo di Camaldoli, nel comune di Poppi.
Il monastero ed il Sacro Eremo di Camaldoli devono la loro fondazione all’attività di San Romuado, frate dell’abbazia di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna. Questa figura di spicco del monachesimo medievale ha legato la sua dottrina alla preservazione di valori cristiani come la libertà nella fede in Dio e la fedeltà radicale al Vangelo. San Romualdo ha operato nell’agitato XI secolo e tra coloro che l’hanno seguito vi sono, appunto, i monaci camaldolesi.
L’anno di fondazione del monastero è il 1024. La sua suddivisione rispecchia la volontà del suo fondatore, San Romualdo, di supplire ai precetti principali del suo credo, ovvero la riflessione intima dell’eremo e l’azione concreta delle opere svolte nel monastero. Quest’ultimo, prima di essere riconvertito a convento intorno al 1080-85, è stato infatti un ospitale destinato ad accogliere pellegrini, viandanti e poveri in cerca di un tetto.
Il Monastero fu costruito a completamento dell’Eremo, che sorge qualche chilometro più in alto, il monastero si ingrandì nei secoli. Nel Quattrocento ospitò l’Accademia Umanistica di cui fecero parte Lorenzo il Magnifico e Leon battista Alberti.
Tra gli ambienti di maggior interesse artistico va segnalato il refettorio con tavoli e stalli in noce, una tela di Pomarancio, affreschi di Lorenzo Lippi e il soffitto in legno a cassettoni. Nella chiesa, risalente al 1775, si trovano ben cinque tavole di Vasari. Se amate leggere, costituisce per voi una tappa obbligatoria la biblioteca il cui prezioso patrimonio librario vanta più di 30.000 volumi, tra cui fanno bella mostra incunaboli rari, codici liturgici ed altri documenti di grande interesse.
Tra faggi e abeti si inerpica una strada che conduce all’eremo i cui monaci, rispetto a quelli del monastero, privilegiano il raccoglimento personale alla vita comunitaria. Delle cinque celle originarie, il cui numero nel tempo è salito a venti, tre sono aperte al pubblico, tra cui l’antica cella di San Romualdo, che ha conservato la struttura tipica della cella eremitica: lungo un corridoio si aprono la stanza da letto, lo studio e la cappella. È permesso, inoltre, visitare la foresteria, il refettorio e la chiesa di san Salvatore con il coro quattrocentesco.
Anche l’Eremo nel corso dei secoli subì dei cambiamenti e delle migliorie fino a diventare come è oggi: formato da venti celle e dalla chiesa di S.Salvatore, di stile barocco.
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Il Santuario francescano della Verna, situato a pochi chilometri da Chiusi della Verna (provincia di Arezzo), è famoso per essere il luogo in cui San Francesco d’Assisi ricevette le stigmate il 17 settembre 1224. Costruito nella parte meridionale del monte Penna a 1128 metri di altezza, il Santuario – destinazione di numerosi pellegrini – ospita numerose cappelle e luoghi di preghiera e raccoglimento, oltre a diversi punti di notevole importanza religiosa.
La Verna è il più famoso dei conventi del Casentino, e vero cuore del culto francescano. La fondazione di un primo nucleo eremitico risale alla presenza sul luogo di San Francesco, che nella primavera del 1213 incontrò il Conte Orlando di Chiusi della Verna, il quale volle fargli dono del monte della Verna che successivamente divenne luogo di numerosi e prolungati periodi di ritiro.
Negli anni successivi sorsero alcune piccole celle e la chiesetta di Santa Maria degli Angeli (1216-18). L’impulso decisivo allo sviluppo di un grande convento fu dato dall’episodio delle stimmate (1224), avvenuto su questo monte, prediletto dal santo come luogo ideale per dedicarsi alla meditazione. L’ultima visita di Francesco al monte avvenne nell’estate del 1224. Vi si ritirò nel mese di agosto, per un digiuno di 40 giorni in preparazione per la festa di s. Michele, e mentre era assorto in preghiera vi ricevette le stimmate (circa il 14 settembre): di conseguenza la Verna divenne un suolo sacro.
Quando si entra nel santuario di Chiusi della Verna la prima cosa di cui occorrerebbe rendersi conto ed avere ben chiaro è che ci si trova, a parere dello scrivente e senza fare classifiche o graduatorie, in uno dei luoghi più sacri per la Cristianità mondiale.
Il Santuario della Verna è costituito dalla chiesa, dal convento e dalle cappelle. Il complesso sacro sorge su un grande sperone roccioso che è l’ultimo rilievo dell’Alpe di Serra, tra il Casentino e la Valtiberina.
Il santuario è posto a quota 1128 metri ed è sovrastato dal Monte Penna (m. 1284) e circondato da un grande bosco. Il profilo del monte, caratteristico per lo strapiombo verticale di trecento metri posto a nord e riconoscibile da grandi distanze, con fratture, grotte ed impressionanti precipizi, è dovuto al fatto che gli strati di arenaria, per effetto di grandiosi movimenti tellurici, dall’originale stato orizzontale, grazie ad una lenta rotazione hanno assunto quello verticale, favorendo enormi erosioni e frane.
Di solito la visita comincia dal piazzale della Meridiana. A destra, guardando il santuario, vi è l’antico arcone, per secoli ingresso principale al monastero dove arriva la vecchia mulattiera dalla Beccia. Sullo sfondo del piazzale, un portichetto copre l’ingresso alla piccola chiesa di Santa Maria degli Angeli, costruita dallo stesso San Francesco e poi più volte ampliata, con opere di Andrea della Robbia e la tomba di Orlando Cattani.
Alla sinistra, contornata dal grande porticato, c’è la Basilica Maggiore, costruita fra il 1348 e il 1568, con altre stupende opere di Andrea della Robbia e la Cappella delle Reliquie. Dal piazzale della Meridiana si scende al Sasso Spicco, nascosta e buia spaccatura del monte dove San Francesco si ritirava in preghiera. Dalla sinistra del piazzale si accede ad un corridoio, alla metà del quale si trova una porticina che conduce alla grotta dove una pietra faceva da letto a San Francesco. Il corridoio, protetto da vetrate, prosegue fino alla Cappella delle Stimmate, dove unalapide ricorda il luogo dello straordinario evento; sopra l’altare spicca la “Crocifissione”, capolavoro di Andrea della Robbia.
Sarà per la sua posizione sulla sommità della rupe e immersa nella foresta, che aiuta a trasformare il viaggio in una sorta di percorso interiore, sarà per le sue origini legate a San Francesco, fatto sta che in questo luogo si respira un’atmosfera particolare, intima, riposante, che stimola la contemplazione.
Ascoltando la dolce voce del silenzio, non più distratti da inutili brusii, si riscoprono gli autentici valori che si nascondono talvolta nelle cose più umili. Nella fisionomia di questo paesaggio rude, selvatico nei suoi anfratti, e al tempo stesso generoso nella folta vegetazione, riposante nella quiete che lo circonda, si rispecchiano le doti che hanno caratterizzato il poverello d’Assisi che qui, ritiratosi a pregare nel 1224, ricevette da Dio le stimmate.
Nei secoli seguenti il monte, noto anche come Calvario serafico, è divenuto non solo un importante crocevia spirituale, ma anche custode di innumerevoli tesori di rilevanza storico-artistica. I vari edifici sorti all’interno del Santuario francescano sono infatti stati arricchiti da pregevoli opere d’arte.
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Leonessa è un comune di 2.648 abitanti della provincia di Rieti. Esso fa parte della Comunità Montana Montepiano Reatino. Fino all’unità d’Italia città del Regno delle Due Sicilie, circondario di Cittaducale, provincia di Abruzzo Ultra II. Fino al 1927 era parte integrante della provincia dell’Aquila, in Abruzzo.
Leonessa è adagiata sull’orlo meridionale di un altopiano appenninico della superficie di circa 50 kmq., a 974 metri di altitudine. Un profondo sperone, terminante con il monte TOLENTINO (m. 1572), irrompe da nord come un rostro a dividere l’altipiano in due plaghe ben distinte: l’una, quella occidentale, più ampia ed omogenea, l’altra, quella orientale, più stretta ed accidentata.
Tutt’intorno s’erge una catena di belle montagne, giganti pieghe sinclinali d’età mesozoica con rovesciamenti di masse ben visibili, che raggiungono le massime altezze nel massiccio del TERMINILLO, disposto ad anfiteatro a ridosso della città, con i due corni del monte Terminillo (m.2216) e del monte CAMBIO (m. 2081). Altre vette paesaggistiche degne di rilievo sono: ad ovest, quelle del monte TILIA (m. 1775) e del monte CORNO (m. 1735); a sud quelle del monte CATABIO (m. 1731), di COLLE PRATO PECORARO (m. 1817) e del monte LA CROCE (m. 1626), così chiamato dalla croce che il Santo di Leonessa vi innalzò nel secolo XVI e sul quale i leonessani hanno poi costruito un piccolo santuario alpestre; ad est, quella del monte BORAGINE (m.1829); a sud, quella del monte ASPRA (m.1652) e del monte LA PELOSA (m.1635).
Le montagne presentano, ai fini escursionistici, notevole sicurezza: non esistono fenomeni gravi di dissesto, e le stesse valanghe, conosciute con nome di “gravare”, sono solamente ricordi storici del tutto eccezionali. Vario il paesaggio: dagli speroni rocciosi del Terminillo e del Catabio, alle valli ricchissime di folte faggete lunog la gola di Vallonina, con ampie radure per il pascolo di branchi in libertà.
Zone di particolare interesse paesaggistico, adatte per campeggi, dono la gola di Vallonina- Valle della Meta, lungo la quale si snoda la strada che sale sino a Sella di Leonessa (m. 1901); la valle del Fuscello, che immette nella pianura reatina; i prati di S. Vito (m. 1080), nella catena montuosa a oriente dell’altopiano, poco oltre la frazione omonima.
La piazza VII Aprile è stata riportata, almeno in parte, alla sua autenticità originale,attraverso un lavoro di restauro e recupero che fa di Leonessa un vero gioiello.
La stessa fontana, dono di Margherita, è un gesto di trionfo della ragione dell’uomo sulla natura e della potenza di una ricca stirpe: l’acqua, simbolo vitale,raggiunge la piazza attraverso un percorso idrico costruito e voluto dall’ingegno umano e non perchè spontaneamente la natura avesse provveduto a far sgorgare in quel punto dell’acqua. Oggi noi vediamo una bella fontana antica e monumentale ornare la piazza, ma all’epoca era un prodigio della tecnica, qualcosa che suscitava meraviglia…che doveva suscitare nel popolo l’idea di chi fosse Margherita D’Austria, appunto vedova di un Medici e moglie di un Farnese non a caso due delle famiglie più potenti d’Europa.
Leonessa è conosciuta anche per il palio del velluto. Un tuffo nel Rinascimento in una cornice eccezionale tra Le montagne dell’alta Sabina. Una rievocazione storica delle feste che, per otto giorni, si svolgevano cinque secoli fa in occasione della solenne Fiera di S. Pietro. I festeggiamenti prevedono la cerimonia d’investitura dei Cavalieri ed il Torneo Equestre tra Sesti. Successivamente i Sesti si sfideranno in giochi popolari ed i festeggiamenti si concluderanno con la proclamazione e l’incoronazione della madonna del vincitore del Palio del Velluto.
Il Palio del Velluto, il cui nome è legato all’attività di tessitura locale, fu disputato almeno a partire dal 1464 e fino al 1557 quando la manifestazione fu abolita per ordine del governatore don Alessandro Oliva. Infatti dopo la disputa della gara nascevano sempre liti fra i gruppi di sostenitori e proprio quell’anno le zuffe provocarono quattro morti. Il divieto fu accompagnato da pene molto pesanti che fecero perdere la memoria della pluriennale tradizione. La manifestazione è stata riportata in vigore dal Comune di Leonessa nel 1997,collegandola anche all’ingresso solenne di Margherita D’Austria, figlia dell’imperatore Carlo V e duchessa di Parma, cui il padre aveva concesso Leonessa in feudo. Viene disputato un complesso di gare, la più importante delle quali a cavallo, fra i rappresentanti dei rioni, i cosiddetti “Sesti”, in cui la città fu suddivisa nel 1278, all’atto della fondazione da parte del re di Napoli Carlo d’Angiò. In ricordo di questa data, al corteo partecipa anche una delegazione in costume della città francese di Gonesse, località di origine degli Angiò e gemellata con Leonessa. I “Sesti” sono: Corno, Croce, Forcamelone, Poggio, Terzone, Torre, dai nomi dei castelli più importanti che concorsero alla fondazione di Leonessa.
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