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La Città della Domenica nacque da un’idea dell’industriale perugino Mario Spagnoli (1900-1977), il quale nel 1955 acquistò 100 ettari di terreno improduttivo sul Monte Pulito, impiantandovi un uliveto. Nel 1960 decise di trasformare la sommità del monte, ad un’altitudine di circa 600 metri, in un parco adatto al tempo libero delle famiglie e coordinò di persona l’esecuzione di tutte le opere, realizzate da tecnici, artisti e artigiani.
Sul belvedere venne posto l’ingresso col parcheggio e il ristorante; due pilastri di pietra (le “Kessler“) furono innalzati a segnare l’ideale entrata nel territorio del divertimento. Inaugurato nel 1963, è stato il primisissimo esempio di parchi divertimenti italiano.
Fin dall’inizio il parco si caratterizzò per l’ispirazione al mondo delle favole, ma ogni anno si arricchì di nuove attrazioni. Con la gestione di Mariella Spagnoli, figlia di Mario, questa realtà si è orientata verso gli aspetti didattico-naturalistici. Il parco si è andato così popolando di animali che vagano liberi tra gli alberi, come daini e mufloni; sono stati creati ampi recinti che accolgono fra gli altri esemplari di animali domestici minacciati di estinzione e, infine, sono in continua crescita i laboratori ludico-didattici per bambini e scolari di varie età.
Negli anni ‘90 sono stati effettuati vasti interventi di rinnovamento dell’esistente ed è stato realizzato il Rettilario, che ospita specie rare, compresi coccodrilli e alligatori. Sono da poco in funzione un confortevole Ristorante-pizzeria, un Giardino d’inverno per 7/800 persone ed altre sale per feste e convegni: nel complesso possono essere servite circa 1500 persone contemporaneamente.
La fusione tra gioco, fantasia e natura fanno della Città della Domenica un luogo ideale per famiglie e persone di ogni età.
Come arrivare alla Città della Domenica:
La Città della Domenica si trova appena fuori Perugia (2 km dal centro), estendendosi sulla parte più alta del Monte Pulito.
Da Firenze: autostrada uscita Val di Chiana, prendere la E45 uscire a Perugia Ferro di Cavallo. Da Roma: autostrada A1 uscita Orte, prendere la E45, allo svincolo di Ponte San Giovanni prendere direzione Perugia – Firenze e uscire a Ferro di Cavallo.
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Il massiccio dei monti Martani si trova al centro dell’Umbria e si estende, con un andamento regolare da sud a nord, per circa 45 chilometri, tra le province di Terni e di Perugia.
Appartiene all’Appennino umbro-marchigiano.
È delimitato ad est dalla Valle Umbra e dalla Valserra; ad ovest dalla valle del fiume Tevere e da quella del Naia nella parte meridionale; a sud dalla Conca Ternana con il fiume Nera. La catena dei Martani è circondata da città e da centri storici importanti. A Nord Montefalco e Foligno, a Est Spoleto, a Ovest Todi, Acquasparta e Sangemini, a Sud Terni. Numerose sono anche le tracce dell’antichità più remota e le aree archeologiche. La più importante è quella di Carsulae.
La catena dei Monti Martani, per la sua posizione quasi di spina dorsale dell’Umbria, rientra molto probabilmente nel grande percorso di crinale appenninico, uno dei principali usati nella preistoria negli spostamenti umani lungo la penisola.Le tracce di frequentazione provenienti dalla fascia collinare e pedemontana indicherebbero l’esistenza di aree privilegiate rappresentate dalle terrazze fluviali di alcuni corsi d’acqua.
I Monti Martani presentano una varietà di caratteri geomorfologici ed idrogeologici e contatti litologici di particolare interesse, tipici dell’evoluzione tettonica dell’area.
Come in tantissime altre zone dell’appennino umbro, anche nel comprensorio dei Monti Martani è stato realizzato uno splendido itinerario dedicato al trekking. Il percorso unisce Cesi con Giano dell’Umbria, ha un andamento nord-sud a forma di 8 e i due rami si incrociano a Scoppio, il centro del Martani Trekking, MT appunto, come appare sulle tabelle bianco-rosse a forma di rombo che segnalano benissimo i sentieri, le mulattiere e le carraie del circuito. Nello stesso modo in cui è variegato e disomogeneo il territorio dei Monti Martani, anche il percorso si snoda tanto su per colli e boschi disabitati, quanto attraverso paesi e borghi ricchi di storia e tradizioni. Il percorso può essere grosso modo suddiviso in due parti: a occidente prevale il carattere naturalistico delle montagne, dei boschi, delle radure e degli orizzonti sconfinati; nel tratto orientale è l’uomo a dominare lo scenario: il percorso attraversa infatti una serie di piccoli villaggi a mezza costa pieno di spunti artistici e architettonici. L’itinerario, abbordabile anche per chi non è allenato, può essere iniziato da una qualunque delle nove tappe in cui si articola, per un totale di circa 110 km e con un dislivello di circa 5.000 metri in salita e 4.500 metri in discesa.
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Il cinghiale (Sus scrofa Linnaeus, 1758) è un mammifero artiodattilo della famiglia dei Suidi.
Da sempre considerato al contempo una preda ambita per la sua carne ed un fiero avversario per la sua tenacia in combattimento, in virtù di questo strettissimo legame con l’uomo il cinghiale appare assai frequentemente, e spesso con ruoli da protagonista, nella mitologia di moltissimi popoli, e solo nel corso del secolo passato ha cessato di essere una fonte di cibo di primaria importanza per l’uomo, soppiantato in questo dal suo discendente domestico, il maiale.
Il cinghiale è un maiale selvatico dal temperamento aggressivo. Le dimensioni variano a seconda della sottospecie, il peso in genere oscilla tra i 100 ed i 200 kg, con un’altezza al garrese di circa 90 cm, con punte di 350 kg nelle sottospecie più grosse.
Come in gran parte della penisola centro-meridionale in umbria il cinghiale è stato reintrodotto intorno agli anni ‘70 dello scorso secolo per scopi venatori, successivamente all’estinzione della forma autoctona avvenuta nel corso del secolo XIX; il suide è tra le specie più diffuse e comuni su tutto il territorio regionale, massima risulta la sua presenza nel settore nord-orientale e minima in quello sud-orientale.
Il termine porcastro è tipico del linguaggio della caccia ed indica un cinghiale il cui peso è inferiore ai 60 kg prima di venire eviscerato. Lo stesso termine viene utilizzato nel nord Italia per indicare gli animali generati dall’unione di un cinghiale maschio con un suino domestico femmina.
Il cinghiale è originario della regione mediterranea, le sue origini risalgono ad un periodo precedente alla comparsa dell’uomo. Attualmente è presente in Europa centrale, nelle regioni mediterranee e dell’Asia meridionale, fino all’Indonesia. Nel Nordamerica fu portato dagli spagnoli nella metà del Cinquecento, oggi negli Stati Uniti viene chiamato razorback). In Africa e Sudamerica esistono animali simili al cinghiale, il facocero e il pecari.
La carne di cinghiale selvatico è molto magra, dura e fibrosa, e viene in genere utilizzata per cucinare ragù o spezzatini conditi con sugo di pomodoro e spezie, che si accompagnano e mitigano il forte sapore delle carni. I cinghiali allevati, grazie all’alimentazione più ricca e al minor movimento, hanno carni più grasse e tenere, dal sapore più simile al maiale, ma pur sempre caratteristico, e sono più indicate per la cottura alla griglia.
I salumi di cinghiale spesso sono specchietti per le allodole in quanto composti soprattutto da carne di maiale, e solo dal 30% circa di carne di cinghiale.
Allo stato attuale, l’aumento della popolazione del cinghiale in Umbria è uno dei rapporti tra uomo ed ambiente naturale, sempre più complesso e necessita di adeguati momenti di riflessione e attente politiche di gestione.
Il cinghiale esercita un forte impatto negativo sulle attività agricole e ciò determina il sorgere di contrasti tra cacciatori e agricoltori, in quanto non favorisce di certo la buona disponibilità dei proprietari a concedere in “fruizione” i fondi per l’attività venatoria.
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Il lupo grigio (Canis lupus, Linnaeus 1758), o semplicemente lupo, è un mammifero placentato appartenente alla famiglia dei Canidi.
Il lupo appartiene alla famiglia dei Canidi, carnivori simili ai cani. Tra i canidi il lupo è il più grande come dimensioni: lunghezza tra i 130 e i 160 cm., altezza tra i 80 e gli 110 cm. Il colore del suo mantello varia dall’età e dalle stagioni; generalmente grigio-giallastro o marrone-rossiccio. Il lupo presenta una dentatura caratterizzata da canini affilati, lunghi e ricurvi verso l’interno. Questo animale raggiunge al massimo i 10 anni di vita in libertà e i 17 in cattività.
Il Lupo è una specie presente in maniera disomogenea sul territorio regionale dell’umbria, massima risulta la frequenza nelle porzioni nord e sud orientali relative all’appennino, minima la distribuzione nei territori più distanti da tale catena montuosa.
Il peso del lupo varia geograficamente; in media il peso per il lupo eurasiatico è di 38.5 kg, per il lupo nord americano è di 36Kg, per il lupo indiano e il lupo arabo è di 25Kg, anche se – raramente – sono stati identificati, in Alaska e Canada, alcuni esemplari dal peso superiore ai 77 kg. Un esemplare selvatico, ucciso nel 1939 in Alaska, raggiungeva il peso record di 80 kg.
Il lupo presente in Italia raggiunge un peso tra i 24 ed i 40 kg, mentre la lunghezza dalla punta del muso alla coda è compresa tra i 100 ed i 140 cm. Il colore del mantello varia dal fulvo al grigio.
Animale marcatamente sociale, il Lupo vive in gruppi organizzati da una ferrea gerarchia le cui dimensioni variano a seconda delle disponibilità ambientali.
In Italia, dove mancano le grandi prede, i branchi in genere sono piccoli (dimensioni medie 6-7 individui, ma possono andare da 2 a 20 individui) e frequentemente costituiti da nuclei familiari che comprendono una coppia con i cuccioli dell’anno e a volte i giovani dell’anno precedente.
L’organizzazione del branco attraverso una precisa gerarchia sociale è indispensabile per garantirne il perfetto funzionamento e il successo, per esempio nell’abbattimento di prede molto grandi.
Si pensava che l’origine del branco fosse strettamente connessa con la necessità di avere più probabilità di successo nella caccia delle prede, tuttavia, anche se ciò può essere vero in alcuni casi, stanno emergendo altre teorie, secondo le quali, l’origine del branco andrebbe ricercata di più nel contesto della necessità di avere più successo durante la riproduzione.
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Il Parco del Trasimeno oltre al Lago Trasimeno (superficie di 128km/q e profondità variabile dai 3 ai 6 metri) comprende tutto il sistema spondale che lo circonda, compresi i centri storici minori e maggiori come quelli di Castiglione del Lago e di Passignano.
Dallo specchio lacustre emergono tre isole: La Polvese – 64,4 Ha – di proprietà dell’Amministrazione provinciale, La Maggiore – 23,2 Ha – abitata in modo permanente, La Minore – 6,5 Ha – disabitata e caratterizzata da un ambiente totalmente naturale.
La vegetazione palustre, sia natante che sommersa, è particolarmente ricca con predominanza del fragmiteto. La fascia litoranea al bacino lacuale oltre alla vegetazione ripariale, presenta tratti di lecceto, rovere, quercia nonché di giglio acquatico.
Nelle isole, oltre alla vegetazione idrofitica e spondale, sono presenti l’ulivo e il pino.
Le acque del lago ospitano una ricca ittiofauna, in parte di pregio: la tinca, l’anguilla, la carpa, il luccio, il persico reale. Con l’immissione del pesce gatto o per cause, del modificarsi dell’habitat, quest’equilibrio di specie appare rotto ed impoverito.
Il lago Trasimeno ha tutte le caratteristiche di una grande risorsa naturale che va rigorosamente tutelata e che va promossa per usi compatibili alla sua conservazione. Gli abitanti dei comuni del Trasimeno e gli umbri tutti hanno, pur tra mille difficoltà, saputo tutelare il loro lago le cui acque sono costantemente balneabili, le cui valli e le cui isole sono ambiti territoriali integri e quindi specchio di un passato millenario e tema per un presente idoneo a scoprire un rapportarsi nuovo dell’uomo con i suoi habitat.
Le isole sul Trasimeno sono tre: Isola Polvese, Isola Maggiore, Isola Minore.
La vegetazione lacustre, sia natante che sommersa, è particolarmente ricca con predominanza del fragmiteto. La fascia spondale oltre alla vegetazione ripariale, presenta tratti di lecceto, rovere, quercia, nonché di giglio acquatico, mentre sulle isole vi si aggiungono ulivi e pini.
Le acque del lago ospitano una ricca ittiofauna, in parte di pregio: la tinca, l’anguilla, la carpa regina, il luccio, il persico reale e il pesce gatto.
L’avifauna è presente con i rapaci come il biancone, il gufo reale e il falco pescatore, ma soprattutto, dopo il bando della caccia nel territorio del parco, si è moltiplicata l’avifauna migratoria.
Oggi vi si trovano l’airone, la cicogna, la garzetta, il tarabuso, il cigno selvatico, il fischione, il germano reale, la moretta, l’oca selvatica, lo smergo, il cavaliere d’Italia, il gabbiano, la folaga, la gallinella d’acqua, lo svasso.
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Il Lago di Pilato è uno specchio d’acqua situato sul Monte Vettore, nel massiccio e nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini ad una quota di 1.941 m s.l.m..
È conosciuto e spesso definito “il lago con gli occhiali” per la forma dei suoi invasi complementari e comunicanti nei periodi di maggiore presenza di acqua.
Le dimensioni del Lago di Pilato e la portata d’acqua dipendono principalmente dalla distribuzione delle precipitazioni, infatti, il lago è alimentato oltre che dalle piogge, soprattutto dallo scioglimento delle nevi, che ricoprono per buona parte dell’anno la superficie dello specchio d’acqua, fino all’inizio dell’estate. Alcuni nevai resistono nell’area fino ad Agosto, nonostante la “modesta” altitudine. Non ha immissari visibili, il fondo del lago presenta inghiottitoi che possono essere relazionati con le sorgenti del fiume Aso attraverso canali carsici sotterranei. Il perimetro del lago è di circa 900 metri per una larghezza di 130 metri, la misurazione della profondità di circa 8 – 9 metri degli invasi, fu rilevata, nell’anno 1990, quando restò completamente asciutto per la siccità.
L’intera area del Lago di Pilato ha un valore naturalistico inimaginabile, molte sono le varietà di vegetazione d’alta quota che qui crescono, sopratutto nei ghiaioni. Nel bacino del Lago si possono ammirare il Camedrio Alpino, la Genziana delle nevi, la Stella Alpina dell’Appennino, la Silene Alpina, il Salice Erbaceo, il Papavero Giallo dell’Appennino. Non difficile è incontrare nell’area volatili come il Fringuello Alpino e il Gheppio. Le Acque del Lago di Pilato costudiscono comunque il più importante dei suoi tesori, l’endemico crostaceo, il Chirocephalus Marchesonii.
“E’ vietato avvicinarsi alla riva del lago andando oltre i paletti che delimitano la zona percorribile”. Questa precauzione può sembrare eccessivamente restrittiva ma ricordatevi che il Chirocefalo deposita le sue uova a riva e con l’arrivo dell’estate, quando il lago si ritira, c’è il concreto rischio di invadere zone che andrebbero lasciate indisturbate.
“Sono vietati il campeggio ed il bivacco in tutta la valle del Lago di Pilato”. Chi volesse pernottare dovrà utilizzare il rifugio Zilioli o la grotta posta ai piedi del Pizzo del Diavolo. Assolutamente da evitare tende e accampamenti in prossimità del lago.
È raggiungibile da più versanti, ma la via più interessante, ma anche più faticosa, parte da Foce, un piccolo paesino 1000 metri più in basso. Dopo aver lasciato la macchina ai margini superiori dell’abitato, inizia l’escursione vera e propria. Il primo tratto attraversa un’ampia valle aperta, il Pian della Gardosa, fino ad incontrare una mulattiera che si addentra in una stretta gola immersa in uno splendido bosco. Il sentiero si fa subito difficile, sia perché è estremamente ripido, sia perché il fondo è costituito da pietre delle più svariate dimensioni che lo rendono pericolosamente scivoloso. Il personale della Guardia Forestale del Parco, per facilitare l’ascensione anche ai meno esperti, ha “costruito” dei gradoni ed istallato un corrimano di legno piuttosto basso, ma senz’altro utile, specialmente nella fase di discesa. Superato questo lungo e difficile tratto all’improvviso si esce dal bosco e il panorama si allarga in un’ampia valle. La vegetazione, man mano che si sale, si fa sempre più scarsa, ma nel periodo della fioritura, che coincide con la tarda primavera inizio estate, lo spettacolo è assicurato e ripaga della fatica. Mille colori punteggiano i versanti della montagna e a volte cascate di piccoli fiori bianchi, come improbabili lingue di ghiaccio, scendono a valle, interrotte solo dallo stretto sentiero.
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Il Parco di Colfiorito è il più piccolo parco regionale dell’Umbria. È stato istituito nel 1995 con lo scopo di salvaguardare l’omonima palude che, per il suo ecosistema, ne rappresenta la parte più significativa. Dal 1976 era infatti già protetta dalla convenzione internazionale di Ramsar, per la presenza di una torbiera, la ricchezza di specie vegetali e dell’avifauna, e che, come i vicini Col Falcone, Piani di Annifo e Arvello, Piano di Ricciano, Selva di Cupigliolo e Sasso di Pale, costituisce un Sito di Importanza Comunitaria (SIC).
Posta al confine dell’Umbria con le Marche, ai piedi del Monte Pennino, si estendono gli Altopiani Plestini (o di Colfiorito), dall’antica città di Plestia. Questa zona è caratterizzata dalla presenza di vaste zone pianeggianti chiamate “piani”, in gran parte sono i resti di laghi antichi che si sono prosciugati naturalmente oppure sono stati bonificati dall’uomo.
E’ uno degli ecosistemi naturali più importanti dell’Umbria e qui l’acqua permane tutto l’anno subendo poche oscillazioni.
Questo complesso ecosistema acquatico naturale che crea micro e macro ambienti, costituisce la risorsa naturale biologica e paesaggistica più importante dell’area del Parco Naturale di Colfiorito. Il Parco è costituito da 338 ettari di superficie ed è il più piccolo delle sei aree protette dell’Umbria.
Il sistema degli altipiani di Colfiorito ha un’estensione di circa 50 chilometri e i sette bacini che lo compongono sono collocati a quote, sul livello del mare, comprese tra i 750 e gli 800 metri.
Il carsismo più importante della Palude di Colfiorito è costituito dall’inghiottitoio del Molinaccio. Caratteristica è la vegetazione palustre costituita, da fitocenosi disposte a fasce concentriche (Hordeo-Ranunculetum velutini, Caricetum gracilis, Phalaridetum).
La palude è importante area di sosta per l’avifauna migratoria caratteristica degli ambienti umidi (airone cenerino, airone rosso, tarabuso, tarabusino, germano reale, mestolone).
Importante è la presenza del gufo reale e del gatto selvatico nella limitrofa Selva di Cupigliolo.
La Palude di Colfiorito e i Piani sono complessivamente uno degli elementi naturali di maggiore interesse nell’Appennino per il complesso delle caratteristiche geomorfologiche, geologiche, idrologiche, paleontologiche, botaniche, agronomiche storiche e paesaggistiche.
Una particolare importanza ha l’idrologia dell’area per la sua incidenza quale bacino di alimentazione di fondamentali sorgenti idropotabili e idrominerali dell’Umbria.
Colfiorito è al centro di un sistema di itinerari di origine protostorica, di alto interesse e fruibilità. Si ricordano: verso Spoleto la strada della Spina; la via Plestina verso la valle del Topino e il Forum Flaminii; il percorso lungo la valle del Menotre.
Il Sentiero Italia dal vicino Monte Pennino attraversa Colfiorito fino al monte Tolagna e questo tratto si caratterizza per gli elementi di grande interesse scientifico e culturale.
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Una catena montuosa che si erge nel cuore dell’Italia fino a raggiungere, con il Monte Vettore i 2.476 m. E’ qui, nel regno della mitica Sibilla che nel 1993 è nato il Parco Nazionale Monti Sibillini (oltre 70.000 ha) con lo scopo di salvaguardare l’ambiente, promuovere uno sviluppo socio-economico sostenibile e favorire la fruizione ad ogni categoria di persone sì da creare un “Parco per tutti“.
Tra le decine di vette che superano i 2.000 metri di quota spiccano il Vettore (2476 m.), il Monte Sibilla (2.175m.), la cima del Redentore (2448 m.), il Monte Priora (2332 m.), il Monte Argentella (2200 m.).
Dall’asse principale della dorsale appenninica degradano un versante orientale, caratterizzato da valli strette e orientate a nord (le valli dell’Aso, del Tenna e dell’Ambro), e un versante occidentale in cui si rilevano tre caratteristiche depressioni ad alta quota denominate i Piani di Castelluccio (Pian perduto, Pian grande e Pian piccolo).
Dal massiccio dei Sibillini nascono i fiumi Aso, Tenna, Ambro e Nera. Nel Parco sono situati il lago di Fiastra (artificiale) e, sotto la cima del Vettore, il lago di Pilato (1940 m.).
La flora del Parco Nazionale dei Monti Sibillini: 1800 sono le specie floristiche presenti, tra le quali la stella alpina dell’Appennino, l’anemone alpino, la silene a cuscinetto, il giglio martagone, l’uva orsina, il ginepì e numerose orchidee. Tra le specie arboree ricordiamo la roverella (Quercuspubescens), il carpino nero (Ostrya carpinifolia), orniello (Fraxinus ornus), il cerro (Quercus cerris), il carpino bianco (Carpinus betulus), il castagno (Castanea sativa), il leccio (Quercus ilex), il faggio (Fagus silvatica), l’acero montano (Acer pseudoplatanus).
La politica del parco nei confronti della fauna si ripromette di salvaguardare quella esistente e di reinserire le specie estinte. Anche la fauna del Parco Nazionale dei Monti Sibillini è molto interessante. In particolare, fra i mammiferi ricordiamo il lupo, l’elusivo gatto selvatico, l’istrice, che diffusosi solo da qualche decennio, occupa le zone più termofile e il capriolo. Grazie a specifici progetti di reintroduzione oggi nel Parco sono tornati a vivere il cervo e il camoscio appenninico. Fra gli uccelli sono invece da ricordare l’aquila reale, che dall’istituzione del parco ha iniziato a nidificare anche in zone abbandonate da anni, l’astore e lo sparviero, tipici abitatori dell’ambiente boschivo e il falcone pellegrino. Fra gli strigiformi è invece presente il gufo reale, mentre fra i galliformi, la coturnice meridionale. Frequenti sono anche il gracchio alpino e quello corallino. Interessante è inoltre la presenza del piviere tortolino, del codirossone, del sordone, del fringuello alpino e del picchio muraiolo. Fra i rettili è particolarmente interessante la presenza della vipera dell’Ursini che sui M. Sibillini raggiunge il limite settentrionale di diffusione in Italia. Quanto agli invertebrati ricordiamo il chirocefalo del Marchesoni, endemico del lago di Pilato.
Il nome leggendario della catena ci riporta a favole e racconti popolari di origine medioevale, tramandatisi di generazione in generazione tra gli abitanti dei vari borghi e che raccontano storie di maghi, streghe e demoni , e collocano la mitologica figura della Sibilla all’interno di una grotta sita nella montagna che per l’appunto prende il nome di Monte Sibilla (2173 m.). Le leggende raccontano anche di un carro, che trasportava il corpo di Ponzio Pilato condannato a morte dall’imperatore Vespasiano, trainato da tori impazziti che giunti sul Vettore si gettarono nelle nere acque del lago che prenderà in seguito il nome di lago di Pilato.
Il lago posto a 1940 metri di altezza, si autoalimenta con la neve ed i ghiacciai delle più alte vette dei Monti Sibillini, occupando il fondo di un circo glaciale dell’era quaternaria; nelle sue acque vive un piccolo crostaceo di colore rosso, unico al mondo, il Chirocefalo di Marchesoni, assai resistente alle condizioni ambientali e la cui specie sopravvive da molteplici secoli.
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