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Il Duomo di Orvieto è la cattedrale di Orvieto, capolavoro dell’architettura gotica del Centro Italia.
La costruzione della chiesa, avviata nel 1290 per volontà di Papa Niccolò IV allo scopo di dare degna collocazione al Corporale del miracolo di Bolsena, si protrasse per circa un secolo. Disegnato in stile romanico da Arnolfo di Cambio, in principio la direzione dei lavori fu affidata a fra Bevignate da Perugia.
Vari sono i motivi della sua costruzione: politici, urbanistici, sociali, artistici e non solo religiosi, come vorrebbe la tradizione, che lega il Duomo al miracolo dell’Eucarestia avvenuto a Bolsena nel 1263.
Il Duomo di Orvieto, una delle massime realizzazioni artistiche del tardo Medioevo italiano, costituisce un unicum che sfugge ad ogni semplicistica classificazione di stile, in cui il sentimento animatore delle grandi cattedrali del due-trecento, le soluzioni architettoniche degli ordini mendicanti ed i motivi figurativi del gotico francese trovano una perfetta armonia di volumi e di linee nell’originale superamento della tradizione basilicale romana.
Un capitolo a parte lo meritano i mosaici che decorano la facciata: si tratta sicuramente di un’anomalia per lo stile gotico, la loro realizzazione è ispirata probabilmente alla cultura romana paleocristiana, forse dovuta all’effetto di splendore e di ricchezza che si voleva raggiungere in una cattedrale divenuta simbolo dell’orgoglio cittadino. Molti furono i maestri vetrai, i pittori, i mosaicisti coinvolti nell’impresa, che, iniziata nel 1321, proseguì fino al XVI sec.: lo stesso Lorenzo Maitani, sotto la cui direzione venne eseguita la decorazione musiva sui piani delle torri, sulle fasce e sulle cornici, Giovanni di Bonino, che lavorò anche alla vetrata della tribuna, l’Orcagna, che tra il 1359-60 eseguì il Battesimo di Cristo e l’artista romano Nello di Giacomino e Fra’ Giovanni di Leonardello.
A quest’ultimo e al pittore orvietano Ugolino di Prete Ilario si deve la messa in opera dei mosaici dell’Annunciazione e della Natività; da ricordare è anche un altro pittore e mosaicista locale: Piero di Puccio da Orvieto, attivo tra il 1370 e il 1380.
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La Rocca Paolina è una fortezza della città di Perugia.
La Rocca Paolina è una fortezza fatta erigere da Papa Paolo III Farnese nel 1540, dopo aver sedato la rivolta dei perugini, nota come “Guerra del Sale“, e sconfitto la Signoria dei Baglioni che qui avevano dimora. Progettata dal noto architetto militare Antonio da Sangallo il giovane, divenne il simbolo del potere papale che regnò a Perugia per più di tre secoli.
La Rocca, circondata da ampi fossati, era una struttura complessa. La cosiddetta “Fortezza”- che ospitava i soldati, gli animali, le armerie e i magazzini – era sovrastata dal Palazzo del Papa o del Castellano, ricco di pregevoli architetture, di sale affrescate e decorate. C’era poi il “Corridore”, struttura alta e stretta, con un percorso scoperto e due coperti, che collegava la Rocca con la “Tenaglia”, struttura esclusivamente militare che si protendeva verso la campagna, in direzione di Santa Giuliana.
Con la costruzione della Rocca, ebbe inizio anche un processo di riorganizzazione del centro cittadino: si provvide all’eliminazione di molte stradine e vicoli, luoghi sospetti ove poteva allignare la rivolta del popolo. In ogni modo, dalla metà del Cinquecento, la mole possente della Rocca Paolina continuò ad incombere su Perugia, proiettando sulla città la sua ombra minacciosa. Perugia ne risentì terribilmente e cominciò un lungo periodo di degrado.
L’odiato simbolo del potere temporale dei Papi sarà distrutto in parte nel 1848-1849, e definitivamente solo nel 1860. Alcuni spazi sono stati peraltro recuperati e restaurati: oggi la Rocca è diventata un importante centro di vita sociale e culturale, e si può raggiungere attraverso un moderno sistema di scale mobili, oppure da Porta Marzia.
L’interno della Rocca Paolina è formato dalle antiche strade e piazze della Perugia medievale; essa è percorsa, ormai da alcuni anni, da scale mobili, che ne facilitano la visita e che collegano rapidamente la parte bassa della città con il Corso Vannucci.
Oggi, dall’esterno, ne rimane visibile solamente un tratto delle mura di sostegno in Viale Indipendenza e il bastione di levante sulla Via Marzia, che incorpora la etrusca Porta Marzia, dalla quale si accede alle imponenti fondazioni che utilizzarono il quartiere dei Baglioni con la Via Bagliona e le sue case in pietra ben individuabili fra le mura in mattoni aggiunte dal Sangallo.
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Seguendo la valle del Menotre, a Km 19 dalla città di Foligno, si raggiunge Rasiglia, villaggio situato a 648 metri s.l.m., tipico paese antico: umbro-etrusco e romano-Iongobardo. Il nome rivela forse una matrice etrusca.
Rasiglia è una frazione montana del comune di Foligno (PG). Il paese è situato a 648 m s.l.m., a circa 19 km da Foligno lungo la Strada Statale 319 Sellanese che conduce in alta Valnerina, dopo essersi distaccata dalla Strada Statale 77 della Val di Chienti a Casenove e lungo il fiume Menotre nell’omonima valle.
Il paese conserva l’aspetto tipico di borgo medievale umbro, raccogliendosi in una struttura ad anfiteatro. Le prime notizie sull’esistenza del paese risalgono agli inizi del XIII secolo, nelle cosiddette “carte di Sassovivo”, cioè l’archivio dell’Abbazia di Sassovivo. Qui è menzionata per la prima volta la curtis de Rasilia, che risultava avere come edificio di culto la chiesa di S. Pietro.
Il Santuario Madonna delle Grazie sorge presso il greto del fosso Terminara, confine tra le diocesi di Foligno e di Spoleto, a circa 1 km dal castello di Rasiglia, presso la Strada Statale 319 Sellanese, per accordo è gestito dalla diocesi di Foligno attraverso la parrocchia di Rasiglia, pur appartenendo alla parrocchia di Verchiano. Questa decisione all’epoca, diede origine a discordie e conflitti tra le due comunità.
La scelta del sito per la sua fondazione è legata al ritrovamento “miracoloso” di una statua della Madonna che, più volte trasportata nella parrocchiale di Verchiano, migrò sempre, per mano angelica, sul luogo dove poi venne ritrovato.
La Vergine venerata in origine, un simulacro in terracotta della Madonna adorante il Bambino, venne nel secolo XVIII sostituita con un’altra statua vestita, di maggiori dimensioni, ma di identica iconografia.
II santuario, ritenuto polivalente dal punto di vista terapeutico, è meta di pellegrinaggio da parte di intere collettività o di singoli fedeli, ed è a tutt’oggi custodito da uno o più eremiti.
La fondazione del santuario risale al 15 agosto 1450, ad opera di Antonio Bolognini (vescovo di Foligno) a seguito del ritrovamento di una statua della Madonna in terracotta, inginocchiata in adorazione del Bambino. Nonostante il successivo spostamento della statua in altre diocesi, essa sarebbe tornata più volte al luogo d’origine e ritenendo questo un segno della volontà divina, si decise di erigervi una chiesa.
La chiesa a pianta quadrangolare, ha un’unica navata, il portico è sorretto da sei pilastri e tre colonnine-palo in travertino con steli che simboleggiano i popoli di Roviglieto, Scopoli e Volperino. Vicino all’ingresso si trova la finestra “del viandante”, così chiamata per chi rivolge uno sguardo ed una preghiera alla Madonna quando il santuario è chiuso.
L’esterno della chiesa non presenta particolare importanza. Avanti alla facciata e in parte al 1ato sinistro c’è un portico o loggiato rustico a tetto. Più volte restaurato, reca delle pianelle con rudimentali ornamenti; in una di esse si legge la data del 1651. E’ sorretto complessivamente da sei pilastri e da tre colonnine-palo, in travertino (A.D. 1935) che vogliono rappresentare i simboli, ridotti ai minimi termini di espressione, di tre evangelisti.
Numerosi ex-voto e pellegrinaggi testimoniano la riconoscenza dei fedeli protetti dalla Madonna. Il santuario è stato recentemente restaurato a seguito dei danni provocati dal sisma del 1997.
L’ultima domenica di maggio si svolge al santuario la “processione di Villamagina” come ringraziamento di tale paese alla Vergine. La prima domenica di giugno si svolge il “pellegrinaggio di Scopoli” che i fedeli effettuano a piedi cantanto e pregando. Il lunedi di Pentecoste è dedicato alla “processione di Roviglieto“. Si ricordano ancora i pellegrinaggi di Verchiano, Volperino e Casenove.
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La Chiesa di Santa Maria di Pistia (detta anche “di Plestia“), edificata probabilmente sul luogo dell’antica cattedrale, è una chiesa in stile proto-romanico e santuario di “confine“, situata sull’Altopiano Plestino, al confine tra Umbria e Marche, nel comune di Serravalle di Chienti, ma contigua all’abitato di Colfiorito. Sorge su nodo stradale di grande importanza fino a tutto l’Alto Medioevo, nell’area dell’antica città di Plestia, a 112 miglia da Roma, scomparsa nel X secolo, in origine probabilmente luogo d’incontro del cardo e del decumano. È sede di diocesi titolare: Dioecesis Plestiensis, il cui vescovo titolare è, dal 1988, Thaddeus Joseph Jakubowski, fino al 2003 vescovo ausiliare di Chicago.
Nel cuore dell’altopiano sorge la chiesa della Madonna di Pistia, alterazione popolare di Plestia, antica città umbra, fiorentissima in epoca romana. Chiesa di origine plebale, restaurata negli anni ‘60. Sorge entro l’importante area archeologica dell’antica città romana di Pistia: ovunque si segnalano ritrovamenti di armi, monete e tombe. Qui, al tempo della seconda guerra punica si svolse una battaglia fra l’esercito di Annibale e quello romano guidato dal luogotenente Centenio.
Di questo storico evento restano traccie nella toponomastica popolare, armi di tipo cartaginese, resti umani.
La chiesa, di impianto rettangolare, con un ordine di colonne a formare un portico, aggiunto alle facciate ovest e sud in epoche successive, è’ impostata su edifici di epoca paleocristiana del IV sec. e sulle rovine del tempio romano di cui furono recuperati i materiali da costruzione. Nel V sec. divenne sede vescovile; dopo il 996, epoca della visita dell’imperatore Ottone III, venne ricordata come città scomparsa. La chiesa fu probabilmente ricostruita nel corso del sec. XI, ed ebbe la funzione di pieve prima della metà del ‘300. In epoca recente l’abside semicircolare crollò e fu ricostruito il suo inviluppo in ferro e vetro (un disastro cui occorre porre rimedio).
L’interno presenta una sola grande aula, coperta da tetto a capriate lignee e presbiterio fortemente sopraelevato.
Nei sotterranei sono i resti del Tempio romano e la cripta, datata fra il XI – XII sec., una delle più antiche presenti nel territorio camerte (Paoloni), di forma rettangolare (iconografia “ad oratorium”), costituita da tre navate absidate, la mediana delle quali è tripartita da colonnine e pilastrini sormontati da capitelli ad intagli geometrici, con sovrastanti dieci piccole volte a crociera e muri perimetrali, molto simile alla cripta di S.Marco in Colpolina. Sul fondo era un ara antichissima oggi collocata all’ingresso del tempio.
Ogni primo lunedi del mese si svolge, da maggio a settembre, secondo una tradizione che si perde nel medioevo, una fiera di merci e bestiame che richiama tutti gli abitanti dei paesi vicini.
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L’Eremo di Santa Maria Giacobbe è un eremo rupestre preziosamente affrescato nella montagna di Foligno. Il Sasso di Pale domina, con la sua caratteristica mole piramidale, la vasta piana di Foligno. A meridione nettamente tagliato da una ripida parete di calcare – spessi strati di Calcare Massiccio, inclinati e spezzati dalle spinte tettoniche che sollevarono l’Appennino, ne delineano l’architettura – che incombe sulla valle del Menotre, a monte della sua confluenza con il Topino.
L’eremo di S. Maria Giacobbe si trova a Pale, una piccola frazione del comune di Foligno (PG) all’interno del Parco Naturale dell’Altolina, una valle fluviale scavata tra le rocce calcaree dal fiume Menotre. Per raggiungerlo bisogna percorrere la S.S. 77 che da Foligno porta in direzione Colfiorito-Macerata. Di lì a pochi chilometri la strada sale lentamente e alla nostra sinistra la vallata si fa sempre più stretta. In cima ad essa, a livello della strada, si trova la frazione di Pale, una volta molto conosciuta per la presenza di una famosa cartiera.
Santuario di frontiera, posto al limite dei territori parrocchiali delle diverse comunità della montagna, l’eremo di S. Maria Giacobbe funzionava come centro di incontro, scambio, aggregazione non solo religiosa ma anche sociale e culturale.
La fondazione dell’eremo risale presumibilmente alla metà del sec. XIII, ma si trova documentato solo a partire dal 1296, quando risulta già dotato ampiamente di beni.
Costituito da edifici di epoche diverse, varie volte riadattati, è ricavato al di sotto di un’ampia rientranza della parete rocciosa che funge da volta. La costruzione più antica è la chiesa – alla quale si accede per un portale in pietra asimmetrico rispetto alla facciata – costituita da un vano rettangolare.
Una volta quest’eremo era abitato e custodito da eremiti. L’ultimo c’è stato sino al 1963 e da allora non vi abitò più nessuno. Un piccolo orto e un pozzo di raccolta di acqua piovana garantivano agli eremiti un minimo di sopravvivenza in questo luogo privo di ogni altra fonte di sostentamento.
All’interno dell’eremo si possono ammirare numerosi affreschi di notevole importanza anche se in decadenti condizioni. I più antichi risalgono più o meno al 1200-1300 e da qui si ipotizza la data della nascita dell’eremo.
Sicuramente un luogo affascinante e misterioso, ricco di tradizioni cristiane e credenze locali. Al di fuori di tutto questo però si può valutare solamente l’aspetto fisico dell’eremo stesso. Questa particolare costruzione eretta su un enorme parete rocciosa che già da sé attira l’attenzione dei più ignari viaggiatori.
Da considerare inoltre che esso si trova all’interno del Parco Naturale dell’Altolina e pertanto ricco di altre attrattive floristiche, faunistiche e geologiche.
Sicuramente un posto da tenere in considerazione se capitate da quelle parti.
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