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Prodo è una frazione del comune di Orvieto (TR). La sua splendida collocazione geografica lo vede incastonato fra un gruppo di colline che degradano verso il bacino artificiale di Corbara, nato dallo sbarramento del fiume Tevere nella parte meridionale della regione Umbria, fra Orvieto e Todi.
Il minuscolo centro abitato è dominato da un antico castello medioevale e si agglomera intorno ad un’ampia piazza e ad un breve tratto fiancheggiato da tigli, robinie e ligustri.
Il paese si trova lungo la strada statale 79 bis che collega Todi ad Orvieto, circa a 20 km di distanza da ciascuna delle due città. È posizionato in zona collinare (394 m s.l.m.), sulla sommità di una forra articolata in tre burroni, due dei quali sfociano nel lago di Corbara ed uno nella valle di Orvieto. I suoi abitanti (49, secondo i dati Istat del 2001) si chiamano prodenzani; le case circondano un’ampia piazza sulla quale da l’antico castello medievale e un viale fiancheggiato da tigli, robinie e ligustri. Il suo territorio, assieme alla frazione di Colonnetta di Prodo, fa parte della zona 12 del comune di Orvieto (simile ad una circoscrizione).
Il castello di Prodo si trova lungo la strada statale 79 bis che da Todi si collega con Orvieto. Il castello venne eretto dalla nobile famiglia orvietana dei Prodenzani nel 1222 (o forse qualche anno dopo).
La sua posizione strategica a picco su tre burroni, di cui due confluiscono sul lago di Corbara ed il terzo nella valle di Orvieto, ne fecero una roccaforte imprendibile arrivata in buono stato fino a giorni d’oggi.
Il castello di Prodo è una costruzione importante, caratterizzata da torri angolari sporgenti ricoperti da tetti. Il castello fu voluto, nella prima metà del ‘300, dai Prodenziani, signori di Orvieto e nella sua storia rimase, sostanzialmente, sotto il potere di questa città. Prima “gestito” da alcuni condottieri, come Giovanni di Cecco di Montemarte, e poi direttamente dall’Opera del Duomo, di cui fu proprietà fino all’entrata dell’Umbria del Regno d’Italia (1861). Nel luglio del 1849 vi si rifugiò Garibaldi inseguito dalle truppe pontificie.
Il castello è dal 1871 proprietà privata e non visitabile.
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Capodacqua è una frazione pedemontana del comune di Foligno (PG), appartenente alla Circoscrizione n. 6 “San Giovanni Profiamma–Belfiore–Vescia–Capodacqua–Pontecentesimo”.
Il paese si trova ad un’altezza di 371 m s.l.m., 13 km a nord-est di Foligno, all’inizio della valle del torrente Roveggiano, che poi confluisce nel fiume Topino. La strada che attraversa il borgo funge da collegamento tra l’arteria della via Flaminia (che porta a Nocera Umbra) in pianura, e la strada statale 77 Val di Chienti che scorre sull’altopiano di Colfiorito. Ad un paio di km dal centro, si trova anche la stazione ferroviaria FS Pievefanonica-Capodacqua, posta lungo la linea Roma – Ancona. Secondo i dati Istat del censimento 2001, i residenti sono 197.
Nell’Età del Ferro, questi luoghi erano abitati da popolazioni umbre. In particolare, partire dal VI-V secolo a.C., la zona circostante Capodacqua venne occupata da popolazioni di umbri plestini, che qui lasciarono necropoli, santuari e fortificazioni in altura, come quella di monte Burano. I resti di un probabile tempio pagano fanno pensare che quest’area rivestisse una certa importanza anche in epoca romana, quando qui passava il diverticolo della via Flaminia che raggiungeva le alture di Colfiorito.
Conosciuto nel Medioevo come Castrum e Fortillitium Capudacque (dal latino caput aquæ, partenza dell’acqua), il luogo venne dotato di un castello da Ugolino III dei Trinci di Foligno nel 1387, a guardia di quello che era un diverticulum della via Flaminia.
Il 26 settembre 1997, come molti altri paesi della zona, Capodacqua è stato danneggiato da un evento sismico particolarmente intenso. In tale occasione, i danni agli edifici sono stati tra i più ingenti dell’intero territorio in conseguenza di ciò è stato realizzato un campo container a poca distanza dal centro storico.
Attualmente, dopo oramai oltre 10 anni dall’evento sismico, molti abitanti sono rientrati nelle proprie abitazioni. Il ciclo di ricostruzione non è comunque del tutto terminato.
Le numerose fonti e sorgenti hanno sempre, nei secoli, fornito forza motrice a molini e frantoi, e sono attualmente utilizzate per gli acquedotti di diverse città. In particolare, la risorgiva che nasce ai piedi del castello dei Trinci venne captata nel 1925 e grazie ad una galleria di filtraggio di ben 110 m, alimenta l’acquedotto delle città di Foligno e Spello.
Per quanto concerne l’agricoltura, la coltivazione dell’ulivo e della vite sono piuttosto diffuse, assieme alla tartuficultura. Negli ultimi anni alcuni produttori si sono cimentati nella coltivazione di zafferano. L’allevamento di bovini,suini ed ovini è stata quasi del tutto abbandonata dagli anni 70 in poi.
La seconda domenica dopo Pasqua si celebra la processione di san Domenico Abate, patrono del paese. Tra luglio ed agosto, invece, si svolge la sagra paesana denominata Festevolezze. (Fonte: Wikipedia)
Capodacqua, località del territorio folignate, è situata in una valle appenninica alla confluenza tra il Fosso del Colle e il Fosso della Valle di Collelungo. A breve distanza dal centro abitato sorge l’antica rocca. Al suo interno sono presenti ruderi di altre strutture, tra le quali una torre di guardia e una cappella. Domina l’intero complesso una possente torre pentagonale in pietra merlata alla guelfa e alta circa 32 metri.
La rocca attuale fu eretta da Ugolino III ( XVI ) Trinci nel 1387 sopra un piccolo colle circondato da cipressi in prossimità di un rigoglioso corso d’acqua, a protezione del diverticolo per Colfiorito considerato di vitale importanza strategica.
Attualmente la Rocca dei Trinci a Capodacqua è una residenza d’epoca e vi invito a visitare il sito: Rocca dei Trinci.
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Seguendo la valle del Menotre, a Km 19 dalla città di Foligno, si raggiunge Rasiglia, villaggio situato a 648 metri s.l.m., tipico paese antico: umbro-etrusco e romano-Iongobardo. Il nome rivela forse una matrice etrusca.
Rasiglia è una frazione montana del comune di Foligno (PG). Il paese è situato a 648 m s.l.m., a circa 19 km da Foligno lungo la Strada Statale 319 Sellanese che conduce in alta Valnerina, dopo essersi distaccata dalla Strada Statale 77 della Val di Chienti a Casenove e lungo il fiume Menotre nell’omonima valle.
Il paese conserva l’aspetto tipico di borgo medievale umbro, raccogliendosi in una struttura ad anfiteatro. Le prime notizie sull’esistenza del paese risalgono agli inizi del XIII secolo, nelle cosiddette “carte di Sassovivo”, cioè l’archivio dell’Abbazia di Sassovivo. Qui è menzionata per la prima volta la curtis de Rasilia, che risultava avere come edificio di culto la chiesa di S. Pietro.
Il Santuario Madonna delle Grazie sorge presso il greto del fosso Terminara, confine tra le diocesi di Foligno e di Spoleto, a circa 1 km dal castello di Rasiglia, presso la Strada Statale 319 Sellanese, per accordo è gestito dalla diocesi di Foligno attraverso la parrocchia di Rasiglia, pur appartenendo alla parrocchia di Verchiano. Questa decisione all’epoca, diede origine a discordie e conflitti tra le due comunità.
La scelta del sito per la sua fondazione è legata al ritrovamento “miracoloso” di una statua della Madonna che, più volte trasportata nella parrocchiale di Verchiano, migrò sempre, per mano angelica, sul luogo dove poi venne ritrovato.
La Vergine venerata in origine, un simulacro in terracotta della Madonna adorante il Bambino, venne nel secolo XVIII sostituita con un’altra statua vestita, di maggiori dimensioni, ma di identica iconografia.
II santuario, ritenuto polivalente dal punto di vista terapeutico, è meta di pellegrinaggio da parte di intere collettività o di singoli fedeli, ed è a tutt’oggi custodito da uno o più eremiti.
La fondazione del santuario risale al 15 agosto 1450, ad opera di Antonio Bolognini (vescovo di Foligno) a seguito del ritrovamento di una statua della Madonna in terracotta, inginocchiata in adorazione del Bambino. Nonostante il successivo spostamento della statua in altre diocesi, essa sarebbe tornata più volte al luogo d’origine e ritenendo questo un segno della volontà divina, si decise di erigervi una chiesa.
La chiesa a pianta quadrangolare, ha un’unica navata, il portico è sorretto da sei pilastri e tre colonnine-palo in travertino con steli che simboleggiano i popoli di Roviglieto, Scopoli e Volperino. Vicino all’ingresso si trova la finestra “del viandante”, così chiamata per chi rivolge uno sguardo ed una preghiera alla Madonna quando il santuario è chiuso.
L’esterno della chiesa non presenta particolare importanza. Avanti alla facciata e in parte al 1ato sinistro c’è un portico o loggiato rustico a tetto. Più volte restaurato, reca delle pianelle con rudimentali ornamenti; in una di esse si legge la data del 1651. E’ sorretto complessivamente da sei pilastri e da tre colonnine-palo, in travertino (A.D. 1935) che vogliono rappresentare i simboli, ridotti ai minimi termini di espressione, di tre evangelisti.
Numerosi ex-voto e pellegrinaggi testimoniano la riconoscenza dei fedeli protetti dalla Madonna. Il santuario è stato recentemente restaurato a seguito dei danni provocati dal sisma del 1997.
L’ultima domenica di maggio si svolge al santuario la “processione di Villamagina” come ringraziamento di tale paese alla Vergine. La prima domenica di giugno si svolge il “pellegrinaggio di Scopoli” che i fedeli effettuano a piedi cantanto e pregando. Il lunedi di Pentecoste è dedicato alla “processione di Roviglieto“. Si ricordano ancora i pellegrinaggi di Verchiano, Volperino e Casenove.
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Collepino è una frazione del comune di Spello (PG).
Il piccolo paese si trova ad un’altezza di 600 m s.l.m., sul fianco meridionale del monte Subasio: da esso si diparte la strada panoramica che collega Spello ad Assisi passando per la sommità del monte ed un’altra strada che, seguendo il fianco della montagna sempre verso Assisi, passa per Armenzano. La valle solcata dal torrente Chiona si apre ai piedi del borgo, abitato da 49 persone (secondo i dati ufficiali del censimento Istat 2001). Il territorio di Collepino è totalmente inserito all’interno del parco regionale del monte Subasio.
L’origine è probabilmente anteriore al XIII secolo: il paese nacque come colonia dei boscaioli e pastori della vicina abbazia benedettina di S. Silvestro, diventandone successivamente il baluardo difensivo da scorribande e saccheggi. L’abbazia venne costruita, secondo la tradizione, nel 1025 da san Romualdo, il fondatore dei camaldolesi, a circa 2 km di distanza e a 715 m s.l.m., in direzione della cima del monte. La chiesa accrebbe in breve tempo la propria importanza: Alessandro III la pose sotto la protezione della Santa Sede nel 1178, assicurandone il cospicuo patrimonio di chiese ed edifici nel territorio spellano. Tuttavia, nel 1236, dopo un periodo di decadenza, l’abbazia venne soppressa ed i suoi beni spartiti tra alcuni monasteri di Spello e Spoleto. Nel XV secolo, l’abbazia passò alle dipendenze del parroco di Collepino (fino al 1875).
Vari conflitti successivi crearono ulteriori problemi all’abbazia: quando, nel 1535, ospitò alcuni seguaci della famiglia perugina dei Baglioni (avversa al papato), venne fatta distruggere da Paolo III.
Nel 1972, madre Maria Teresa dell’Eucarestia vi ha fondato la comunità delle Piccole Sorelle di Maria, che da allora risiedono nell’Eremo della Trasfigurazione: esso non è altro che un edificio costruito sui resti dell’antica abbazia.
La coltivazione dell’olivo rappresenta una delle principali fonti d’introito economico per gli abitanti del paese.
In occasione di San Silvestro (31 dicembre), patrono del paese, viene distribuito pane benedetto anche agli animali, secondo la tradizione locale, per assicurarne la protezione dalle malattie.
Fonte: Wikipedia
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Armenzano è una frazione del comune di Assisi (PG).
Il paese è situato 8 km ad est rispetto alla città di Assisi, sul fianco orientale del monte Subasio, ad una altezza di circa 740 m s.l.m.. Gli abitanti, 40 secondo i dati Istat del 2001. Altre località che ricadono nelle pertinenze del borgo sono Nottiano, Rocca Paida, Villa Caberta, Villa Marforio e Serra di Valtopina.
Il nome Armenzano deriva dal latino “armentum“, che vuol dire mandria di buoi, cavalli, … La risorsa principale del paese fu infatti, per molto tempo, l’allevamento anche perchè la sua conformazione geologica, fortemente scoscesa, si presta ai pascoli ma non all’agricoltura.
La sua popolazione nel periodo medievale si componeva di circa 400 persone (40 fuochi); nel 1950 contava 550 persone, ora ridotte ad una trentina.
Uno dei signorotti che nel medioevo comandava il castello era Napoleone di Umbertino dei Monaldi (morto nel 1257), che fu grande amico ed ammiratore di San Francesco e lo ospitava tutte le volte che il Santo si recava a predicare nella zona.
Oltre alle attività di tipo silvo-pastorale, è sviluppato anche il turismo naturalistico e l’agriturismo, poiché Armenzano è inserito all’interno del Parco Regionale del Monte Subasio. Data la pressoché totale assenza di fonti di inquinamento luminoso, la zona è ideale per l’osservazione astronomica.
Armenzano è adagiato su un colle dal quale si gode lo splendido panorama delle colline e dei monti nocerini e della verde valle del torrente Anna.
Il poggio su cui Armenzano sorge, tondeggiante e ristretto, ha reso obbligatoria la costruzione delle case in due cerchi concentrici; più in alto svetta isolata l’abitazione del signorotto medievale.
L’Osservatorio Astronomico è inserito nel “Parco Naturale del Monte Subasio“, gode di una quasi totale assenza di inquinamento luminoso. La realizzazione dell’Osservatorio, avvenuta nel ‘99, è stata possibile riadattando una casa del borgo di circa 60 mq a sola iniziativa privata. Tutto il lavoro di trasformazione è stato realizzato nel rispetto del particolare ambiente nel quale è inserito. Arrivati al paese, l’Osservatorio è sotto al Castello medievale.
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Visso è un comune italiano di 1.238 abitanti della provincia di Macerata nelle Marche. Visso ha una superficie di 100,3 chilometri quadrati per una densità abitativa di 11,73 abitanti per chilometro quadrato. Sorge a 607 metri sopra il livello del mare.
Vicus, cioè “luogo”, “villaggio”, accompagnato dall’aggettivo Elacensis, “rispettabile”, fu secondo tradizione il nome del primo insediamento.
Il toponimo Vicanum indicava la terra comunale (o vicana) del pascolo e del legnatico attorno a un vicus.
Visso è un incantevole centro montano delle Marche al confine con l’Umbria. La “perla” dei monti Sibillini (è sede del Parco Nazionale) vanta un passato ricco di storia: le imponenti mura, i balconcini medievali, le case, le torri, i palazzi gentilizi rinascimentali, i portali in pietra arricchiti da motti latini e stemmi di famiglia, costituiscono un insieme armonioso e grandioso, se messo in relazione alla limitata estensione del centro storico.
L’imponente cinta muraria (1210 – 1256) era dotata di 24 antemurali, 4 porte e 4 torrioni. Garantiva il massimo avvistamento e l’estrema difesa la “turris Sanctis Johannis”. Sulla cinta muraria si aprono: Porta Santa Maria (1256), restaurata dal 1379 al 1575 fu ricostruita nel 1571 sormontata da un torrione; Porta Pontelato o Nursina (1283) con arco leggermente ogivale in conci di pietra a piè di torre con beccatelli aggettanti per la difesa piombante, collegata da un ponte levatoio con la sponda sinistra del fiume Nera, e Porta Ussitana o Porta San Giacomo (XV sec.) caratterizzata dal fornice ogivale sopraelevato retrostante la guardiola.
Nella piazza principale di Visso si erge la mole romanico-gotica della Collegiata di S. Maria, sorta su una piccola Pieve antecedente. La prima chiesetta fu costruita nel 1143 a doppia navata e campanile quadrato, ma, essendo in seguito divenuta insufficiente, fu affiancata dall’attuale chiesa; questa fu eretta senza abside e conservando il primitivo campanile a bifore e trifore e fu consacrata nel 1256. Collegiata di S.Maria Successivamente fu aggiunta la sacrestia, mentre nel 1312 fu costruita l’abside poligonale e, tra il 1324 e il 1332, la chiesa fu abbellita dal portale nella parete laterale verso la piazza. Nel 1517 fu insignita del titolo di Collegiata. La parete verso la piazza è adornata da archetti in alto, da tre monofore trilobate e soprattutto dal bel portale d’ingresso. Esso è ad arco a tutto sesto con cornice a gronda e profonda strombatura, ornata da colonnine tortili e triangolate che proseguono nell’arcata, e da capitelli scolpiti in figure fitomorfe e zoomorfe. Ai lati due leoni in pietra. Nella parte superiore una lunetta mostra un affresco del ‘400. L’interno è ad unica navata con soffitto ligneo del ‘700. All’unico altare centrale ne furono aggiunti altri, lungo le pareti, trasformati in stile barocco nel ‘600. All’ingresso si può notare un’acquasantiera del XIV sec. Numerosi sono gli affreschi e i dipinti che ornano la chiesa. Sulle pareti dell’abside un ciclo di pitture murali di stile giottesco-riminese del ‘300. Lungo la parete sinistra, dopo la porta della sacrestia, è visibile un interessante affresco, raffigurante l’Assunzione, del 1450, eseguito da Paolo da Visso, definito il “Maestro della Valnerina” e fondatore di una scuola pittorica locale; su un altare seicentesco si può ammirare una statua lignea policroma, di notevole valore, che rappresenta “la Madonna Bruna”, d’arte romanica del XII sec. Lungo la stessa parete una grande arcata introduce nella primitiva pieve, divisa in due navate da pilastri ottagonali, adornata da affreschi di scuola umbro-marchigiana del XIV sec. La Collegiata presenta inoltre un nicchione con interessanti pitture dello Spagna (1450-1528), alcuni resti di affreschi sulla parete di fondo di P. da Visso e, in prossimità della porta maggiore, un S. Cristoforo di enormi dimensioni (oltre 6 m. di altezza) del ‘300.
Per quanto riguarda il piatto di Visso non possiamo non parlare del ciauscolo, un insaccato preparato con una speciale lavorazione del maiale, la cui carne viene macinata e infarcita di aromi, è dedicata una sagra.
Ma tra i sapori robusti e genuini di questa terra ci sono anche i formaggi, da gustare nelle diverse stagionature, la lenticchia e il farro dei Monti Sibillini, il castrato di montagna.
E, a completare il menu, i piatti preparati con la trota del fiume Nera e soprattutto con il pregiato tartufo nero.
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Preci è un comune di 799 abitanti della provincia di Perugia. Il villaggio medievale di Preci è situato a 596 m. di altitudine e vanta una densa frequentazione turistica durante il periodo estivo. Proclamato comune dello stato pontificio nel 1817 da Pio VII, nacque e si sviluppò durante il MedioEvo.
Da “Preces” (ovvero preghiera) deriva il nome del comune, ipotesi confortata da una preesistenza monastica.
Sorta nella valle del torrente Campiano o valle Castoriana durante la colonizzazione Benedettina nell’alto Medioevo, fu rifugio di numerosi eremiti.
La visita turistica di Preci comincia dalla sommità del villaggio dove il palazzo comunale domina la piazza. Nella parte retrostante la chiesa di Santa Caterina offre un pregevole esempio di portale gotico, mentre altri elementi decorativi di ordine romanico ne abbelliscono la facciata. Altra chiesa degna di nota è la chiesa di Santa Maria, con una pietà del XV secolo e una fonte battesimale del XVI. Lasciando il centro storico, a pochi km di distanza si incontrano tre frazioni di Preci, i borghi di Roccanolfi, Poggio di Croce e Montebufo, dove di particolare interesse vi sono le due chiese parrocchiali, ricche di tele cinquecentesche e seicentesche raffiguranti scene del Nuovo Testamento.
L’Abbazia di S.Eutizio è di origini antichissime, per diversi secoli fu il centro ispiratore di tutte le attività della valle. L’Abbazia sorse e si sviluppò sul luogo dove nel V sec., S. Spes, con un gruppo di altri eremiti sparsi nella zona, avevano eretto un oratorio dedicato alla Vergine.
L’abbazia ebbe una vita molto rigogliosa come congregazione Eutiziana dal IX al XIII secolo. La scuola chirurgica, soprattutto nel sec. XVI, renderà famosa Preci in tutta Europa: “Pulchra Sabina Preces Prisca Chirurgis Patria”. Il declino di sant’Eutizio nel XIII sec. segna l’entrata di Preci nei dominii di Norcia. Gravemente danneggiata dal terremoto nel 1328, sarà ricostruita dai nursini. Nel 1527 circa fu cinta d’assedio dalle truppe del Legato della Marca. Distrutta da Norcia per la sua ribellione, venne ricostruita nel 1534. Nel 1817, per volontà di Pio VII, fu costituita Libero Comune.
Completamente circondato dalla verde Valnerina, senza il minimo segno di traffico o caos cittadino, mette a disposizione di tutti i visitatori solo i servizi essenziali, garantendo un sano rapporto con la natura.
Uno sport molto praticato nella zona è la pesca, sviluppatosi anche grazie allo sviluppo dei locali allevamenti ittici.
Arrivando a Preci è immediatamente possibile immergersi nella straordinaria ricchezza di storia, tradizioni, natura e paesaggi, assaporare una gastronomia sana e fortemente ancorata alle tradizioni locali, godere della professionalità e della qualità della variegata ed efficiente offerta ricettiva e di animazione culturale.
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